Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Il teatro di Sabbath

“Incapace di dormire. Sabbath giaceva accanto a Roseanna sopraffatto da una clamorosa, deformante sensazione di cui fino allora non aveva mai avuto esperienza diretta. Adesso era geloso di quegli stessi uomini che, quando Drenka era viva, per lui non erano mai abbastanza. Pensava agli uomini che lei aveva incontrato in ascensori, aeroporti, parcheggi, grandi magazzini, ai congressi per gestori di alberghi, ai convegni sul cibo, agli uomini che si era fatta perché la attiravano fisicamente, agli uomini con cui era andata a letto soltanto una volta e a quelli con i quali aveva avuto delle storie prolungate, uomini che cinque o sei anni dopo il loro ultimo incontro inaspettatamente telefonavano in albergo per magnificarla, lodarla, spesso senza lesinare oscenità grafiche per dirle che lei era la donna meno inibita che avessero mai conosciuto. Ricordava quando lei gli spiegava – perché lui glielo chiedeva – cosa la inducesse a scegliere un uomo invece che un altro in una stessa stanza, e si sentiva come il più sciocco e ingenuo dei mariti che avesse appena scoperto tutte le infedeltà di sua moglie – si sentiva stupido come quel beato sempliciotto del dottor Charles Bovary. E pensare che ne aveva ricavato un così diabolico piacere! Una tale felicità! Quando lei era viva, niente lo eccitava o lo divertiva di più che ascoltare, con tutti i particolari, le storie della sua seconda vita. Anzi, la terza, perché la seconda era lui.”

(Philip Roth, “Il teatro di Sabbath”, ed. Einaudi)

“Giura che non scoperai più le altre o fra noi è finita”. Nel bruciante incipit c’è gran parte della trama di “Il teatro di Sabbath”, o almeno del tema portante del romanzo, cioè il sesso e la sua inarrestabile forza motrice. Chi si rivolge a Sabbath è Drenka, da tredici anni amante di Sabbath e al tempo stesso, nelle vesti di locandiera, dedita a sollazzare le notti di clienti e altri che le capitano a tiro. La relazione tra Sabbath e Drenka è adulterina, essendo egli sposata con Roseanna, oltre che reduce dalla misteriosa scomparsa di Nikki, la prima moglie; tra i due vi è una perfetta complicità nella perversione, ciascuno accetta che l’altro possa accoppiarsi con chicchessia e addirittura smania dalla voglia di sentire narrate le gesta erotiche compiute con altri. Tutto muta, però, allorché Drenka, malata di cancro, pretende fedeltà dall’amante. Da qui prende il via un viaggio a ritroso lungo l’esistenza di Sabbath, che Roth ci descrive con il suo abituale e sferzante sarcasmo.

Sabbath è un personaggio abbastanza repellente, che in nome del dio Sesso non guarda letteralmente in faccia a nessuno, men che meno alle moglie degli amici, delle quali spia con voluttà i cassetti dell’intimo, scoprendo però che anche gli altri, sotto una patina di perbenismo, nascondono secondo, terze e quarte vite. Neanche la morte altrui sembra fermare Sabbath, che non resiste alla tentazione di masturbarsi sulla tomba di Drenka. Queste sono solo alcune delle peripezie ormonali del protagonista di questo romanzo, anti-eroe che però non riesce a risultare odioso, non solo perché incarna (certo in maniera piuttosto estrema) pulsioni appartenenti all’essere umano, ma appunto perché gli altri protagonisti appaiono, al suo cospetto, delle maschere. Sabbath, invece, ex-burattinaio di professione, arrestato per aver presuntivamente sedotto una spettatrice grazie all’abilità delle proprie dita (sì, proprio così), getta ogni remora e nel suo slancio erotomane regala al lettore momenti di memorabile ilarità, come quando passa un’intera serata a “fare piedino” ad una donna, salvo accorgersi poi che il piedino non era tale, bensì trattavasi del piedone del marito della donna, peraltro non meno vellutato di quello femminile.

Se il libro fosse solo la descrizione delle sfrenate fantasie sessuali di Sabbath, non sarebbe il libro che invece è, cioè una riflessione anche sul tema della morte, presente lungo tutto l’arco del romanzo. Oltre a Drenka, l’amante, Sabbath è continuamente circondato dai “fantasmi” della madre morta e del fratello, perito a soli vent’anni nel corso della Seconda guerra mondiale. Non mancano, quindi, momenti d’intenso lirismo, sebbene la farsesca esistenza del burattinaio induca più spesso alla risata (complice o meno, questo sarà il singolo lettore a dirselo) che non al pianto.

Annunci
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: