Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Il professore di desiderio

“Contemplo ammaliato la ragazza che si tormenta una ciocca di capelli mentre fa mostra di studiare il suo libro di storia, mentre io faccio mostra di studiare il mio. Un’altra ragazza, che il giorno prima nel suo banco a lezione avevo trovato del tutto ordinaria, dondola una gamba sotto il tavolo della biblioteca mentre sfoglia pigramente un numero di “Look”, e il mio ardore non conosce limiti. Una terza ragazza si china sul quaderno, e con un gemito soffocato, come se mi stessero impalando, osservo il seno sotto la camicetta dolcemente premute tra le braccia incrociate. Come vorrei essere quelle braccia! Sì, basta davvero poco per lanciarmi alla conquista di una perfetta sconosciuta, mi basta notare che, mentre con la mano destra prende appunti dall’enciclopedia, non riesce a impedire che l’indice della mano sinistra accarezzi il contorno delle labbra. Mi rifiuto – sulla base di una debolezza di cui mi sono fatto un principio – di resistere a ciò che trovo irresistibile, per quanto inconsistente e stramba o infantile o perversa chiunque altro possa considerare la fonte della mia attrazione. Naturalmente questo mi porta a mettere gli occhi su ragazze che per altri versi potrei trovare ottuse o sciocche o insulse, ma sono convinto che oltre all’insulsaggine qualcos’altro debba pur esserci, e poi il mio desiderio, dal momento che è un desiderio, non deve essere sminuito o disprezzato”.

(Philip Roth, “Il professore di desiderio”)

Ho letto pochi libri di Philip Roth, a memoria ricordo “Il lamento di Portnoy” e “La mammella ( o “Il seno”). Dopo aver letto “Il professore di desiderio”, ho deciso che presto colmerò questa lacuna. Sono arrivato a questo testo in maniera quasi casuale, avendolo visto sugli scaffali della biblioteca del mio paese, mentre cercavo tutt’altro. La prima volta che l’ho visto, a dire il vero, l’ho lasciato lì, la descrizione sul retro di copertina mi aveva fatto immaginare un libro “solo” sul sesso, sul piacere, magari scritto con linguaggio volutamente scurrile. Non so cosa mi facesse pensare questo, comunque qualche tempo dopo l’ho preso e ho scoperto un grande romanzo.

Il protagonista del libro è David Kepesh, professore universitario che ha intenzione di tenere un corso sul tema della ricerca del piacere, sul desiderio sessuale e le sue conseguenze nei rapporti sociali. La storia del professore è narrata da lui stesso attraverso ricordi risalenti alla sua infanzia, alla sua giovinezza da “libertino fra gli eruditi, erudito fra i libertini”, fino ad arrivare al presente della narrazione. Le esperienze con due giovani e disinibite ragazze svedesi, le (presunte) perversioni pensate e attuate, la lotta che presto si genera tra razionalità e passione, l’incontro con la donna che, sposandolo, dovrebbe porre fine a tutto ciò e tutto ciò che ne consegue, che ovviamente non vi anticipo per non rovinarvi il gusto della lettura.

“Il professore del desiderio” non è, però, solo un elenco d’imprese sessuali più o meno riuscite, ma è anche, almeno per come l’ho letto io, una riflessione sulla perdita del desiderio stesso, sulla gelosia, anche retrospettiva, sulla nostalgia, sui rimpianti e sui rimorsi, sulla difficoltà di far cadere l’oblio sul nostro passato, che è con noi in ogni istante, sull’abisso d’incomunicabilità che ci divide dal prossimo e che attraverso “la stretta dei corpi” il protagonista cerca di colmare, e infine sulla morte. Sono questi altri elementi a renderlo un romanzo differente da una mera cronaca di tradimenti e amplessi.

Roth riesca a far sorridere, con aneddoti gustosi, ma anche a toccare corde più tetre, e lo fa con una scrittura sempre gradevole e colma di riferimenti culturali. A qualcuno potrebbe sembrare stucchevole la citazione continua di altri autori, cosa che invece ho gradito molto, perché si percepisce che Roth “sa” di cosa sta scrivendo. Così Dostoevskij, Kafka, Musil, Kierkegaard, H. James, Melville e Cechov non sono solo nomi da collezionare, ma preziosi spunti incastonati in un romanzo di per sé valente.

Per concludere, insomma, vi consiglio questo libro e suggerisco a me stesso di leggere qualche altro testo di Roth.

 

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