Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Ho sempre voluto che ammiraste il mio digiuno, ovvero guardando Kafka

“Poi, al principio dell’estate del 1923, mentre è ospite della sorella in vacanza con i figli sul mar Baltico, trova la giovane Dora Dymant, e nel giro di un mese Franz Kafka se n’è andato a vivere con lei in due stanze di un sobborgo di Berlino, finalmente lontano dalle <<grinfie>> di Praga e di casa sua. Come può essere accaduto? Come può, lui, nella sua malattia, essere riuscito in modo così rapido e definitivo ad attuare quel commiato che gli è stato impossibile quando era in salute? L’appassionato epistolografo capace di cavillare interminabilmente su quale treno prendere per incontrarsi con Milena a Vienna (semmai davvero decidesse di incontrarla per il fine settimana); il corteggiatore borghese in colletto alto che, durante la prolungata agonia del fidanzamento con Fräulein Bauer, compila in segreto un memorandum in cui contrappone gli argomenti <<pro>> e <<contro>> il matrimonio; il poeta dell’inafferrabile e dell’irrisolto, le cui atroci visioni di sconfitta hanno al proprio cuore la fede nell’irremovibile barriera che separa la volontà dalla sua realizzazione; il Kafka la cui narrativa invalida qualsivoglia facile, commovente, umanisticheggiante sogno a occhi aperti di salvezza e giustizia e soddisfacimento, immaginando complessi che deridono qualunque soluzione o via d’uscita… questo Kafka sfugge. Da un giorno all’altro! K. penetra oltre le mura del castello, Joseph K. si sottrae alle accuse: <<Come aggirarlo, come vivere al di fuori del processo>>. Sì, l’eventualità di cui nel duomo Joseph K. ha appena un barlume, ma che non riesce a mettere in pratica – <<non già come si poteva influire sul processo, ma come si poteva evaderne>> – Kafka la vede realizzata nell’ultimo anno della sua vita.

È stata Dora Dymant o è stata la morte a indicare la nuova via? Forse l’una senza l’altra non avrebbe potuto essere.”

(Philip Roth, “Ho sempre voluto che ammiraste il mio digiuno”, ovvero guardando Kafka, ed. Einaudi)

Questo scritto di poco più di 40 pagine, il cui titolo prende spunto da una frase contenuta nel racconto “Il digiunatore” di Kafka, è un omaggio che Philip Roth fa allo scrittore praghese Franz Kafka, incrociando le vicissitudini familiari/sentimentali di questo con le proprie. Nella seconda parte, infatti, immagino uno scenario con Kafka sopravvissuto alla malattia e allo sterminio nazista, divenuto professore e alle prese con un invito a cena durante il quale fargli conoscere una zia del bambino-allievo Roth.

Nella prima parte, più interessante ai miei occhi, Roth, sia pure in pochissime pagine, riassume l’angoscia che caratterizzò le relazioni di Kafka con Felice e con Milena, evidenziando come, invece, l’incontro con la giovane Dora Dymant avesse rappresentato, proprio nel corso dell’ultimo anno di vita di Kafka, l’occasione per fuggire da Praga, dalla gabbia familiare e da sé stesso. Un Kafka, insomma, che proprio in vista della morta, sembra (sembra) quasi assaporare, cosa per lui prima impossibile, il piacere e la libertà di amare.

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