Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Trilogia di New York

“New York era un luogo inesauribile, un labirinto di passi senza fine: e per quanto la esplorasse, arrivando a conoscerne a fondo strade e quartieri, la città lo lasciava sempre con la sensazione di essersi perduto. Perduto non solo nella città, ma anche dentro di sé. Ogni volta che camminava sentiva di lasciarsi alle spalle se stesso, e nel consegnarsi al movimento delle strade, riducendosi a un occhio che vede, eludeva l’obbligo di pensare; e questo, più di qualsiasi altra cosa, gli donava una scheggia di pace, un salutare vuoto interiore. Il mondo era fuori di lui, gli stava intorno e davanti, e la velocità del suo continuo cambiamento gli rendeva impossibile soffermarsi troppo su qualunque cosa. Il movimento era intrinseco all’atto di porre un piede davanti all’altro concedendosi di seguire la deriva del proprio corpo. Vagando senza meta, tutti i luoghi diventavano uguali e non contava più dove ci si trovava. Nelle camminate più riuscite giungeva a non sentirsi in nessun luogo. E alla fine era solo questo che chiedeva alle cose: di non essere in nessun luogo. New York era il nessun luogo che si era costruito attorno, ed era sicuro di non volerlo lasciare mai più”.

(Paul Auster, “Trilogia di New York”)

“Trilogia di New York” racchiude tre romanzi scritti da Paul Auster tra il 1985 e il 1986, intitolati “Città di vetro”, “Fantasmi” e “La stanza chiusa”, ambientati tutti nella città statunitense e accomunati, oltre che dal luogo d’ambientazione, dal fatto di essere delle storie investigative avvincenti ed eccentriche, che possono essere lette l’una indipendentemente dall’altra, sebbene diversi personaggi riappaiano all’interno di ciascuna di esse. Non avevo mai letto nulla di Auster, ma mi ero incuriosito sentendo una sua intervista, nella quale citava ed elogiava una serie di autori da me ammirati. Nonostante, in generale, non viga la proprietà transitiva, cioè non è detto (anzi) che se uno scrittore ha gusti affini ai miei, debbano anche piacermi i suoi scritti, nello specifico sono rimasto molto soddisfatto dalla lettura di questa trilogia, all’interno della quale anche diversi temi si ripropongono, per esempio, il rapporto tra la scrittura e l’esistenza, l’imprevedibilità di quest’ultima, il ruolo del caso, l’incomunicabilità tra esseri umani, la solitudine, il doppio.

“Città di vetro” è quello che ho apprezzato meno, ma unicamente per una lunga digressione inserita da Auster, che mi è parsa un’esibizione sterile e abbastanza slegata dal resto della vicenda. Il protagonista di questa prima storia è Daniel Quinn, un romanziere che si accontenta di scrivere romanzi polizieschi, e che è svegliato, nel cuore della notte, da una misteriosa telefonata, con la quale una voce gli chiede di pedinare un potenziale assassino. Quinn, in sostanza, è stato scambiato per un investigatore privato, dal nome Paul Auster (sì, proprio come l’autore del romanzo); accetta la sfida, assume il ruolo di Auster e comincia a pedinare uno strambo individuo, in un lento e insensato gioco. Nel secondo libro, Blue, stavolta un vero investigatore privato, è incaricato di seguire Black e stilare un rapporto a fine giornata; Blue si accorge che Black passe le sue giornata quasi totalmente immerso nella scrittura e ben presto ha la sensazione che i ruoli si siano invertiti, e che sia lui, Blue, a essere pedinato, da Black o da qualcun altro. Auster è molto abile, in questa seconda storia, nell’intrecciare alla narrazione le sue considerazioni sul leggere e sullo scrivere. L’ultimo romanzo è l’unico scritto in prima persona; il protagonista è un critico letterario che riceve una lettera dalla moglie di un suo amico intimo, che pure non vede da anni. Fanshawe, l’amico, è scomparso, ma ha lasciato in eredità una serie di manoscritti che il narratore dovrà analizzare e, se li ritiene meritevoli, tentare di far pubblicare. L’attrazione per Sophia, la moglie dell’amico scomparsa, lo porterà a un pericoloso processo d’immedesimazione con l’intera esistenza di Fanshawe.

Una New York caotica, che rappresenta il “nessun luogo”, fa da sfondo vivo a queste tre storie che hanno ritmo, che si leggono con piacere (fatta salva la breve parentesi di cui sopra), arricchite da riferimenti letterari palesi (Poe, Hawthorne, Cervantes) e nascosti, e che vedono i personaggi, e noi con essi, indagare sull’altrui e sulla propria identità.

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