Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Sconosciute

“Stavo percorrendo il lungo corridoio del metrò in direzione Porte de la Chapelle. Ero stretta nella folla delle ore di punta. Dovevo procedere diritto davanti a me, altrimenti rischiavo di farmi calpestare. L’onda scorreva con lentezza. Eravamo serrati gli uni agli altri, e il corridoio diventava più angusto via via che ci avvicinavamo alla scala per scendere al treno. Non potevo tornare indietro e, lasciandomi trascinare, avevo l’impressione di dissolvermi nella folla. Sarei scomparsa del tutto prima ancora di arrivare in fondo al corridoio.

Al binario, mi sono detta che non sarei mai riuscita a liberarmi. Sarei precipitata dentro una carrozza stretta nella morsa di persone attorno a me. Poi, a ogni stazione, un nuovo flusso di viaggiatori sarebbe entrato nel vagone respingendomi sempre più in fondo.

Il treno si è fermato. Mi hanno spintonata, ma sono riuscita a liberarmi lasciandomi trascinare dai passeggeri in uscita. Mi sono ritrovata all’aria aperta. Di nuovo, ero viva. Ripetevo a voce alta il mio nome, cognome, data di nascita, per convincermi che ero proprio io.”

(Patrick Modiano, “Sconosciute”, ed. Einaudi)

Di Patrick Modiano, “Premio Nobel per la Letteratura” nel 2014, avevo in programma di leggere “Un pedigree”, da tempo nelle lista dei libri che mi aspettano. Contravvenendo ai miei stessi propositi, ho letto prima “Sconosciute”, nel quale l’autore ci narra, attraverso la voce in prima persona delle protagoniste, tre storie che ruotano attorno a Parigi e che riguardano tre donne di cui, appunto, non sappiamo neanche il nome. Ad accomunare le tre narrazioni, oltre ai luoghi, ci sono il senso di incompiutezza delle loro vite, la solitudine e la volontà di fuga per andare in cerca di non si sa bene cosa.

Il primo racconto è incentrato sui ricordi di una donna che, a distanza di trent’anni, rammenta la sua giovinezza trascorsa a Lione, con il perenne sogno di raggiungere Parigi, una delusione cocente dalla quale non riesce a staccarsi e infine l’agognato arrivo nella capitale francese, che però le si presenta sotto l’ambigua maschera di un uomo dalla dubbia identità. Nel secondo, la narratrice è la figlia di un uomo morto quando lei aveva due anni e di una madre che l’ha abbandonata; la vita in provincia scorre tra lavori saltuari e un collegio che la ingabbia; lei, “una bellezza del diavolo”, ha Parigi come meta salvifica non raggiunta, e una pistola nella valigia come estrema difesa da uomini piuttosto viscidi. L’ultima della tre storie concerne una diciannovenne che, finita una storia d’amore a Londra, si ritrova in un piccolo atelier a Parigi, angosciata dalla mancanza di una foto che testimoni l’amore perduto e da un mattatoio dove vengono sgozzati cavalli.

Lo stile di Modiano (o almeno la traduzione) mi è parso secco, stringente, senza concessioni a orpelli e digressioni. Frasi stringate, ma efficaci nell’evocarci le sensazioni delle narratrici e nel trasmetterci la paura, il silenzio, la solitudine e il desiderio inevaso di fuga che caratterizzano le tre donne, le tre sconosciute.

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