Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Il morbo di Haggard

“Se ero il suo amante? Cosa dovevo risponderti? Dopotutto eri suo figlio. Di colpo ho capito che si trattava di un momento delicatissimo e che quanto stavo per dire avrebbe profondamente influenzato la natura e il corso del nostro rapporto. Dovevo dirti la verità e suscitare…cosa? La rabbia di un figlio che vede la propria famiglia lacerata e ne ritiene responsabile l’intruso? Ma se avessi mentito o in qualche modo confuso i contorni della vicenda, non sarebbe stato peggio? Non mi sarei precluso ogni possibilità di conquistarmi la tua fiducia? E io volevo la tua fiducia, perché volevo sentirti parlare di lei, proprio come tu volevi sentire me; desideravamo la stessa cosa, anche se ci avremmo messo un po’ a riconoscerlo; da qui il nostro disagio. Ma c’era dell’altro: c’era quell’incredibile somiglianza tra voi, e in quel primo incontro ho avuto la sensazione vagamente arcana che, se mi fossi lasciato portare dall’immaginazione, insieme a me in quella stanza piena di ombre ci sarebbe stata lei”.

(Patrick McGrath, “Il morbo di Haggard”, ed. Adelphi)

Ho conosciuto Patrick McGrath grazie alla lettura di “Follia”, che mi aveva favorevolmente colpito e che mi indusse ad approfondire quest’autore. “Il morbo di Haggard”, sebbene mi sia parso meno convincente dell’altro, mi è comunque piaciuto. La vicenda è ambientata a Londra e nella periferia inglese, nel periodo che va dal 1937 al 1940, quindi sull’orlo e poi nella fase iniziale dell’orrore bellico. Il protagonista principale e al tempo stesso narratore è il dottor Haggard, che scrive una sorta di lunga lettera-confessione indirizzata a James Vaughan, pilota dell’aviazione inglese e figlio di Fanny, una donna che è stata l’amante di Haggard, e moglie di prestigioso collega di Haggard stesso. Il dottore rievoca, a ritroso, gli eventi, a cominciare dal primo incontro con il giovane James, il quale, quando ormai Fanny è solo uno struggente ricordo, si reca da Haggard e gli chiede, a bruciapelo, se è vero che è stato l’amante di sua madre.

Haggard, dopo l’iniziale imbarazzo, quasi rapito dalla somiglianza tra il giovane e la sua ex-amante, racconta a James, in maniera graduale ma sincera, quando è avvenuto il primo incrocio di sguardo con Fanny, cioè a un funerale, cosa che avrà implicazioni simboliche nel corso della narrazione; prosegue, poi, descrivendo perché si era convinto che il matrimonio della donna fosse un fallimento, e soprattutto narra del processo d’idealizzazione della donna stessa, vista da Haggard come una grazia, un dono ricevuto, inaspettato e che fa luce in un mare oscuro. Il morbo, tuttavia, è in agguato, e si manifesta sotto varie forme, dalle malattie fisiche che colpiscono i malati visitati da Haggard, a quelle che minano l’esistenza del dottore, della donna e del giovane. Il morbo che colpisce Haggard, però, è principalmente ciò che è insito nell’amore, il distacco, il dolore che esso comporta dopo lo sbalordimento, l’irrequietezza, l’esaltazione delle fasi iniziali. Lo spostamento progressivo dell’affetto sulla figura del giovane James, così simile alla madre persino negli sguardi, non basterà a placare l’ansia e la paura di Haggard. Intanto, la guerra incombe e spazzerà via ogni forma di grazia residua.

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