Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Il cappotto – Il naso – Il calesse

“Quando egli entrasse al ministero, e in che periodo, e chi lo avesse assunto, nessuno lo poteva ricordare. Per quanto si succedessero capi e direttori d’ogni genere e sorta, lui lo si vedeva sempre nello stesso posto, nella stessa posa, nelle stesse mansioni; era sempre lo stesso impiegato addetto a copiare le lettere; tanto che, poi, si finì col credere ch’egli fosse venuto al mondo esattamente così com’era – digià tutto completo: con l’uniforme, e la piccola calvizie sulla fronte.”

(Nikolaj V. Gogol’, “Il cappotto”, in “Il cappotto – Il naso – Il calesse”, Newton Compton editori)

Pochi giorni fa, in libreria, ho adocchiato un’edizione “Newton Compton” con tre racconti di Gogol’ e, pur avendone letti già due in passato, l’ho acquistata sia per il prezzo davvero risibile, sia (anzi soprattutto) perché volevo avere con me questi racconti, nella consapevolezza che un giorno gli avrei riletti. Il giorno è arrivato subito, perché avevo bisogno di una boccata di aria fresca e Gogol’, in tal senso, ha pochi eguali. La sua influenza su altri grandi autori della letteratura russa è stata innegabile, da lui si sono dipanate diverse vie, la sua amara ironia, il suo realismo fantastico e a tratti grottesco erano e sono peculiari.

Nel libro sono raccolti “Il cappotto”, “Il naso” e “Il calesse”. L’ultimo non l’avevo letto ed è, tra i tre, il meno interessante, pur se non manca, anche qui, una simpatica descrizione di un ufficiale alle prese con un nuovo calesse da sfoggiare con i suoi colleghi. “Il cappotto” è, a mio parere, il più riuscito. La vicenda è, all’inizio, presa dalla più grigia quotidianità, il protagonista è il consigliere titolare Basmackin, divenuto tale quasi per ineluttabile fatalità, zelante burocrate che però non riesce ad avere slanci di alcun tipo, immerso com’è nel suo lavoro, consistente solo e unicamente nel copiare documenti scritti dagli altri. Sbeffeggiato dai colleghi, Basmackin ha un problema impellente: il cappotto che dovrebbe proteggerlo dal freddo invernale è ormai liso, ed egli non ha il denaro sufficiente per comprarsene uno nuovo. Con sforzi da formica, riesce nell’intento, ma a quel punto accade qualcosa che trasporta tutta la vicenda in una dimensione più fantastica e sempre divertente. Gogol’ è un maestro nel ritrarre la tetra esistenza di personaggi che sono ruote di un ingranaggio più grande, che siano miseri impiegati come Basmackin o pezzi grossi dell’Amministrazione.

“Il naso”, invece, prende subito le mosse da un evento surreale, ovvero il ritrovamento di un naso all’interno di una colazione. Il suddetto naso appartiene all’assessore collegiale Kovalev, che inizia così una ricerca assurda, specie se si considera che egli avvista il proprio naso in divisa da consigliere di Stato. Meno “profondo” rispetto a “Il cappotto”, anche questo racconto esprime la vitalità, l’originalità e il gusto del divertimento non fine a sé stesso che caratterizza molti degli scritti di Gogol’, un autore che, rispetto a ciò che mi ha donato in passato, è poco presente su questo blog.

“Si racconta perfino che un consigliere titolare, quando fu nominato dirigente di un piccolo ufficio periferico, fece innalzare immediatamente un tramezzo per crearsi una stanza separata, a cui dette il nome di “Sala delle udienze”, e mise di piantone alla porta due inservienti teatrali, dal colletto rosso, e coi galloni, che giravano la maniglia all’uscio, e lo aprivano a chi veniva, benché nella “Sala delle udienze” ci fosse posto appena per un tavolino, di quelli comuni. Il modo di fare e le consuetudini del pezzo grosso erano gravi e maestosi, ma concisi. Fondamento essenziale del suo sistema era la severità: “Severità, severità – e poi severità” soleva dire, e soleva guardare molto significativamente in faccia il proprio interlocutore, dopo quest’ultima parola; benché, del resto, non ve ne fosse alcun motivo, dato che quella decina di impiegati che costituiva tutta la macchina burocratica del suo ufficio era già, anche senza di questo, debitamente impaurita: bastava che lo vedessero di lontano per piantare in asso e rimanere sull’attenti, finché il superiore non avesse attraversato la stanza”.

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