Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

I signori Golovlëv

“Nella sua immaginazione balenava una serie infinita di giorni senza aurora, che sarebbero tramontati in un abisso grigio, e, involontariamente, chiudeva gli occhi. Da quel momento in poi sarebbe stato a tu per tu con la maligna vecchia, o forse, non maligna ma solo irrigidita nell’apatia del suo dispotismo. Quella vecchia lo avrebbe divorato non con la sofferenza, ma con l’oblio. Non ci sarebbe stato nessuno con cui scambiare una parola, non un luogo dove fuggire; dappertutto soltanto lei, autoritaria, irrigidita, sprezzante. Il pensiero di questo inevitabile futuro, lo riempì fino a tal punto di angoscia che si fermò vicino a un albero e per qualche momento vi batté contro la testa. Tutta la vita piena di smorfie, di oziosità, di buffonerie gli si illuminava all’improvviso davanti alla mente. Andava adesso a Golovlëvo, sapendo che cosa lo aspettava e nondimeno andava, non poteva non andare. Non c’era per lui altra strada. L’ultimo degli uomini avrebbe potuto sempre far qualcosa per se stesso, sarebbe stato capace di procacciarsi il pane – lui solo non riusciva a niente. Questo pensiero per la prima volta si svegliò in lui. Anche prima gli era accaduto di pensare al futuro e di rappresentarsi prospettive di vario genere, ma erano sempre state prospettive di gratuita abbondanza e non mai prospettive di lavoro. Ed ecco che lo aspettava il compenso di quel fumo nel quale era affondato il suo passato senza lasciar traccia. Compenso amaro che si esprimeva nelle terribili parole: <<Mi divorerà!>>.”

(Michail Evgrafovič Saltykov-Ščedrin, “I signori Golovlëv”, ed. Quodlibet)

Sarebbe una cattiveria, da parte mia, ricordarmi che quando Michail Evgrafovič Saltykov-Ščedrin scriveva “I signori Golovlëv”, ovvero tra il 1875 e il 1880, un altro russo, Fëdor Dostoevskij, aveva già scritto “Memorie dal sottosuolo”, “Delitto e castigo”, “L’idiota”, “I demoni” (etc., etc.) e che, a “compimento” della sua immensa opera, stava scrivendo “I fratelli Karamazov”. Tornando un gradino più giù, eccomi al cospetto di una gradevole sorpresa, eccomi immerso nella saga familiare dei Golovlëv, alle prese con le aridità, le invidie, l’avidità, i rancori e le questioni ereditarie che, nell’arco di tre generazioni, portano allo sfacelo una ricca famiglia, a cavallo del 1861, anno dell’abolizione della servitù della gleba in Russia.

All’inizio del romanzo, la famiglia è comandata da Arina Petrovna, inflessibile, minacciosa, austera, affarista, la quale, grazie a queste qualità, riesce comunque ad assicurare ricchezza economica e possedimenti innanzitutto a sé stessa e, di riflesso, al decadente e ubriacone marito Vladimir, nonché ai suoi quattro figli: Stefan il Babbeo, buffone alla pari del padre; Anna, che scappa con lo sposo alla ricerca di fortune improbabili; Pavel, il minore, apatico, cupo; e infine Porfirij, soprannominato “Sanguisuga” e Iuduska (da Giuda), simpatici nomignoli che c’introducono colui che, alla lunga, resterà superstite ed eroe negativo della storia, fino a scontrarsi con Anninka e Ljubinka, orfane della madre Anna, nipoti di Iuduska e protagoniste anch’esse di una decadenza senza freni.

Saltykov-Ščedrin non risparmia alcun personaggio, tutti sono attaccati al denaro in maniera morbosa, sia per sopravvivere o per ubriacarsi poco importa, quel che conta è l’attaccamento privo di scrupoli. Anche i personaggi secondari non sono da meno dei componenti la famiglia, e la sorta di tutti non può che essere l’abbrutimento fisico e spirituale, la fuga nell’alcolismo o in voli pindarici della mente. Un romanzo certo on consolatorio, con poca “luce” ma che, nel suo sviluppo, a parte qualche passaggio, non annoia mai.

Certo, Dostoevskij… (ma no, questo non devo scriverlo, e invece l’ho scritto).

Consigliato.

“Fu necessario piegarsi. La volgarità ha una forza enorme; sorprende sempre un uomo non preparato, e, mentre egli si guarda attorno stupito, lo avvinghia in un attimo e lo avvolge nelle sue spire. A chiunque è capitato, passando vicino alla cloaca, di turarsi il naso e di cercare di non respirare; proprio un simile sforzo deve fare su se stesso l’uomo che entri in un ambiente impregnato di chiacchiere vuote e di volgarità. Deve attenuare in sé la vista, l’udito, l’olfatto e il gusto, deve vincere ogni sensibilità e irrigidirsi. Solo allora i miasmi della volgarità non lo soffocheranno.”

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