Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Per le antiche scale

“A quel tempo la follia non era ovattata, dissimulata, intontita, mascherata, camuffata come oggi con gli psicofarmaci. La follia esplodeva uguale a un vulcano. Nei cameroni – nudi o malamente coperti da una camicia sdrucita – urlavano i matti, in parte legati con le cinghie ai braccioli del letto. Le risse tra loro frequenti, le aggressioni agli infermieri giornaliere. Le pareti squallide, color dell’osso morto; i tavoli inchiodati al pavimento; le finestre con le sbarre, le porte chiuse a tre mandate. Nel silenzio della notte arrivavano i lamenti, le sorde imprecazioni, i suoni di bestiale disperazione. Così dalla parte degli uomini, e ugualmente nella divisione femminile; da questa in più gemeva la miseria del sesso. Tutto era carcere”.

(Mario Tobino, “Per le antiche scale”)

Mario Tobino, oltre che scrittore, fu anche medico psichiatra e “Per le antiche scale” (1972) è un romanzo che, alla pari di “Le libere donne di Magliano”, risente della sua esperienza nei manicomi, prima che la legge Basaglia ne decretasse la chiusura. In chiusura del libro, Tobino scrive: “A teatro di questo libro è stato scelto il manicomio e la campagna lucchese esclusivamente per le ragioni dell’arte; l’autore infatti ci vive da più di trent’anni. Le storie però che qui sono narrate non sono mai avvenute, e i nomi e le persone mai esistite. Il manicomio di Lucca non entra per nulla in queste vicende. In questo libro, se un colpevole c’è, è la fantasia, ammettendo che abbia avuto le ali”. La precisazione dell’autore è comprensibile, considerata la delicatezza dell’argomento e le suscettibilità di chi, in qualche maniera, poteva rivedere se stesso o un proprio conoscente nelle storie narrate da Tobino.

Il romanzo è strutturato per episodi separati, tutti ambientati in un manicomio, ma riguardanti personaggi molto diversi e anche temporalmente distanti l’uno dall’altro. Il tema è la follia, una “misteriosa tragedia” dalla quale nessuno deve mai ritenersi per sempre immune. Su “cos’è la follia” e su quale sia il confine tra la stessa e la presunta normalità non mi addentro, per l’ovvio motivo che non mi ritengo competente nel farlo. Nel romanzo, comunque, Tobino, presumo sulla scorta della sua esperienza di medico, ci rappresenta la follia nelle sue manifestazioni più evidenti, talvolta pericolose. Il tono del libro, però, nonostante la delicatezza della materia e la citazione riportata in avvio di articolo, non è oscuro, perché Tobino, con la “pietosa spietatezza” di un osservatore privilegiato e partecipe, ci porta alla scoperta di un’umanità varia che, sebbene palesi evidenti disturbi psichici, non ha tuttavia perso ciò che ci rende umani, per esempio la sete d’amore che molti dei protagonisti estrinsecano in maniere talvolta grottesche e toccanti.

I racconti che costituiscono il romanzo coprono un periodo di diversi decenni, dall’anteguerra fascista, passando per l’introduzione dei primi psicofarmaci nelle cure, fino all’epoca delle più moderne (rispetto a quando fu scritto) teoria sulla follia, che poi sfoceranno nella decisione di chiudere i manicomi. Nell’introduzione al romanzo, è anche narrato un incontro, in occasione di un premio letterario, tra Tobino, che in un manicomio aveva lavorato, e Basaglia. Nel romanzo, tuttavia, non ci sono grandi disquisizioni filosofiche sul “pro” o “contro” i manicomi, che presumo me lo avrebbero reso indigesto; Tobino si concentra sui personaggi, narrandoceli nella loro quotidianità all’interno dell’istituto. Il primo racconto, il più lungo, ha addirittura un sapore quasi boccaccesco o “alla Piero Chiara”, ed è relativo a un medico factotum che lavorava in un manicomio, il quale, nell’esercizio delle sue funzioni, trovava il tempo per copulare furtivamente con le tre mogli dei suoi colleghi. Negli altri racconti, invece, un altro dottore, Anselmo, proiezione dell’autore, assiste i suoi pazienti, cioè un uomo che suona un clarinetto rievocando una donna amata, una suora che all’improvviso è scoppiata in bestemmie feroci contro Cristo, un federale fascista che un bel giorno si convince che il Duce non esiste, anzi che nulla esiste, che tutto è illusione, o ancora una donna che si scotta le mani sul termosifone perché le è stato ordinato dal diavolo.

La tesi di fondo che attraversa diversi racconti, se proprio è necessario trovarne una, è che la follia colpisca sì l’intelletto, dominando di conseguenza l’agire di chi la “subisce”, ma non cancella gli affetti, pronti ad emergere, impetuosi e commoventi, nelle forme all’apparenza più assurde. Alcuni racconti mi sono parsi più deboli, ma nel complesso si è trattata di una lettura appagante e che mi indurrà ad approfondire altri testi di Tobino. In chiusura, una menzione per l’autrice del blogger Tersite, che in un recente commento sul mio blog mi ha stimolato alla lettura di quest’autore.

“Da più di trent’anni il dottor Anselmo era ogni giorno a tu per tu con la follia, e, così frequentandola, aveva delle volte la sciocca presunzione di conoscerla, individuarla tra mille volti, afferrarne il dittaggio, delucidarne ogni mossa. Fu per quella garbata risposta, che ammetteva l’esistenza del sesso e insieme rispettava il pudore, fu per quella risposta che rivibrarono come ali di calabrone i tanti ripensamenti di quei giovanili anni, primi tempi del manicomio, arrovellio alla ricerca della verità, stare continuamente con i malati, frequentarli come amici, imparare il loro linguaggio, immedesimarli, amarli, anche loro creature umane. E Anselmo aveva toccato, innocentemente credeva di aver raggiunto questa verità”.

(Mario Tobino, “Per le antiche scale”)

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