Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Le libere donne di Magliano

“Mi è passato come un uragano di dolore. Ora volo serenamente e sorrido, ma fino a pochi minuti fa, arrotolato nel letto, invocavo mia madre; avevo la testa che mi martellava, tutto intorno, di immagini spietate di solitudini, di volti e di sentimenti di matti, di deliri che divengono cosa fisica.
Era come fossi circondato e mi fosse vicino il ghiaccio, io con nessuna altra forza che gemere.
È stata forse quella donna, quella malata che si chiama Leonori, una ultra fiorente donna bionda, esuberante e prepotente; essa da diversi giorni era garbata, accondiscendeva con dolcezza ad aiutare ogni servizio del reparto, sembrava (benché un po’ di sospetto mi rimaneva) che avesse abbandonato la violenza per la quale fino ad allora era da tutti temuta; addirittura come una monaca senza peccato accudiva con ogni pietà un’altra malata bizzosissima. E stamani ho letto una sua lettera diretta al marito dove le parole dichiaravano il suo animo che brama violenza e omicidio.
Già c’erano stati altri fatti, altre considerazioni, e tutto il nero per due ore si è aggrumato nella mia testa: solitudine, ogni persona soltanto serva del suo egoismo e della bestiale lussuria, ognuno lupo dell’altro; la mia solitudine mi faceva spavento.
Ora sto benissimo e quasi felice e mentre scrivo sorrido.
Certamente una delle cose più dolorose per la mente è quando i deliri non si classificano, non si illustrano scientificamente, ma si sentono come forza selvaggia, quanto possono svellere se trovano le condizioni per farsi vita, per passare dal mondo segreto in cui di solito vivono in quello dei fatti che accadono, i quali fatti, in quanto tali, diventano logica e ragione.
(Mario Tobino, “Le libere donne di Magliano”)

In una prefazione aggiunta nel 1963, cioè dieci anni dopo la pubblicazione originaria di “Le libere donne di Magliano”, l’autore, Mario Tobino, scriveva: “Scrissi questo libro per dimostrare che anche i matti sono creature degne d’amore, il mio scopo fu ottenere che i malati fossero trattati meglio, meglio nutriti, meglio vestiti, si avesse maggiore sollecitudine per la loro vita spirituale, per la loro libertà. Non sottilizzai sulle parole, se era meglio chiamare l’istituto manicomio oppure ospedale psichiatrico, usai le parole più rapide, scrissi matti, come il popolo li chiama, invece di malati di mente. Correvo al mio scopo, tentai di richiamare l’attenzione dei sani su coloro che erano stati colpiti dalla follia”. Le parole di Tobino sono efficaci e spiegano meglio di quanto possa fare io il contenuto di questo libro, che non è un romanzo, non è saggio, ma piuttosto una raccolta, in forma diaristica, delle impressioni che l’autore, per decenni medico in un manicomio, ebbe modo di raccogliere in prima persona.
Così come nel successivo “Per le antiche scale”, che ho letto qualche tempo fa, anche in questo volume l’autore ci fornisce, in maniera talvolta lapidaria, dei frammenti della vita quotidiana all’interno del manicomio; i personaggi sono esseri umani prede di quella che Tobino chiama “misteriosa dea”, cioè della follia, che si estrinseca in modalità molto differenti a seconda dei singoli casi. Tobino scrive in veste di medico, ma ancor più di poeta o comunque di osservatore intriso di amara pietà per i suoi pazienti. Lo scarto improvviso tra i momenti di lucidità apparente e quelli di furente ferocia, la difficoltà, per i medici, di penetrare nell’animo dei matti, il bisogno d’amore di questi ultimi ci sono rappresentati da Tobino con padronanza lessicale e partecipazione emotiva. Nel leggerlo, bisogna tenere presente che il libro fu scritto non solo in un’epoca in cui erano aperti i manicomi, ma anche prima dell’avvento degli psicofarmaci.
Nel titolo si fa riferimento alle “libere donne”, perché molti dei ritratti che l’autore ci offre riguardano donne che, preda della follia, si comportano in maniera totalmente libera, con tutto ciò che ne può conseguire in termini positivi e, purtroppo, molto più spesso negativi. La follia bandisce ogni forma d’ipocrisia sociale e porta agli estremi, e direi alla realizzazione pratica, pensieri che possono albergare anche nei cosiddetti “sani”. Ne è un esempio l’erotismo spinto di alcune donne, che non frenano, all’interno del manicomio, i loro atteggiamenti sconvenienti. La tragicità della condizione dei malati mentali osservati da Tobino si manifesta anche sotto forma di atteggiamenti aggressivi, nei confronti degli infermieri o degli altri malati, oppure in forme di autolesionismo cruente. L’argomento, com’è possibile intuire, è molto delicato e non mi sembra il caso, considerata la mia impreparazione al riguardo, aggiungere molto altro. Da lettore, e direi da essere umano ancora vivo, dico che queste pagine, che per certi versi potrebbero apparire datate e comunque frammentarie e certo non esaustive sull’argomento, possono indurre il lettore a riflettere su diverse questioni. Voglio chiudere, però, con un’altra breve citazione dal libro: “Ogni creatura umana ha la sua legge; se non la sappiamo distinguere chiniamo il capo invece di alzarlo nella superbia; è stolto crederci superiori perché una persona si muove percossa da leggi a noi ignote”.

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