Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Ricerche filosofiche

Wittgenstein aveva intenzione di pubblicare le “Ricerche filosofiche” insieme al “Tractatus logico-philosopicus”, in uno stesso volume, per meglio evidenziare l’evoluzione del suo pensiero rispetto a quanto aveva scritto oltre venti anni prima nel “Tractatus” stesso. Non gli fu possibile a causa della malattia che lo condusse alla morte e le “Ricerche filosofiche” restarono incomplete.

Come egli dice nella prefazione, i pensieri raccolti nell’opera sono una serie di “fotografie” filosofiche. Non riuscì a dare una direzione alle sue ricerche, e del resto questo ben si accorda con la non – sistematicità del pensiero filosofico dell’autore, che pure aveva tentato con il “Tractatus” di porre ordine con la logica, salvo poi rivedere tale sua “certezza”.

Su Wittgenstein la letteratura è ampia, le interpretazioni variegate, le forzature per ascriverlo ai neo – positivisti piuttosto che ai metafisici (!!!) sono note a coloro che sono più “dentro” l’argomento. Io non ho la pretesa di classificarlo in qualsivoglia categoria, mi limito a riportare le “mie” impressioni, e lo faccio sulla scorta della lettura – studio, sia del “Tractatus” sia delle “Ricerche filosofiche”.

La sensazione immediata è che tra un’opera e l’altra fondamentale sia l’abbandono della disperata ricerca dell’unità, che aveva tentato con la tesi del linguaggio come rappresentazione logica del mondo, per giungere alla consapevolezza, sia pure non assoluta e sempre sottoposta a vaglio critico, che unità non v’è, o meglio, che l’unità è “data” solo nella “molteplicità”, nei particolari, e che la logica è insufficiente ad assolvere quel compito che Wittgenstein le aveva assegnato.

La corrispondenza nome – oggetto, a fondamento delle proposizioni logiche così fondanti nel “Tractatus”, è messa subito in discussione nei primi passaggi del libro, con la critica alla concezione agostiniana del linguaggio. Attraverso i cosiddetti “giochi linguistici”, disseminati lungo tutto il libro, Wittgenstein va “oltre” la sua stessa costruzione e riconosce il principale errore del suo precedente tentativo filosofico: la ricerca della proposizione logica generale (“le cose stanno così e così”) che possa spiegare e cristallizzare la realtà, dunque l’assoluto, in ultima istanza la brama di “un’essenza” dietro le parole e gli oggetti.

Le “Ricerche filosofiche” sono un lungo dialogo tra il “filosofo” e il “logico” che era stato nel “Tractatus”. Al di là della classificazione di scuola tra un “primo” e un “secondo” Wittgenstein, è percepibile con nettezza come nel “Tractatus” egli ritenesse necessaria e sufficiente la logica del linguaggio a spiegare il mondo dei fatti, mentre “ora” si rende conto che c’è un “sentire” irriducibile alla mera logica del linguaggio.

Nel Tractatus “sappiamo perché vediamo”, nelle Ricerche “vediamo perché sappiamo”, cioè è il “sapere”, il “sentire” che sta alla base della logica, e non viceversa. Il “sentire” è “cogliere connessioni, somiglianze, affinità, parentele tra i diversi giochi linguistici, tra le diverse situazioni della realtà.

Tutto il libro è una critica alla concezione denotativa del linguaggio, quella per la quale, tanto per intenderci, a ogni “nome” corrisponde un “nominato”. Occorre già “possedere” un linguaggio perché possa funzionare la concezione denotativa (l’esempio delle cinque mele rosse, al paragrafo 2 è subito indicativo al riguardo: possiamo sostenere che la parola “mele” denoti l’oggetto-frutta, ma non possiamo dire che “cinque” corrisponda a “quel gruppo” di oggetti, né tanto meno “rosse”, perché “cinque” e “rosse” sono applicabili anche ad altre situazioni, ad altri “giochi linguistici”).

Di conseguenza, l’essenza del mondo e inafferrabile e sbagliano i filosofi metafisici, che pretendono di stabilire un rapporto tra la parola e l’oggetto corrispondente. La concezione denotativa non è sbagliata in assoluto, ma funziona in certi casi, non sempre, o meglio funziona all’interno del gioco.

All’unità del linguaggio logico del Tractatus, si contrappone, dunque, la molteplicità dei “giochi linguistici”. Resta il problema del “che cos’è il gioco”. Il platonismo è rovesciato, non c’è più un mondo di “idee” più vere dei fenomeni, dei quali noi “vediamo improvvisamente, di colpo”, le somiglianze, che appaiono e scompaiono, e le “vediamo” con la nostra capacità di “sentire”, non con l’intelletto, il quale invece tende all’unità logica, alla semplificazione, al solipsismo che caratterizzava anche il Tractatus.

La comprensione non è mai definitiva, logica, è sempre un ri-vedere. L’unità si dà nella molteplicità. Il passaggio da una rappresentazione riproduttiva della realtà a una produttiva.  La frase “le cose stanno così e così”, che nel Tractatus era il prototipo generale delle proposizioni, qui perde tale ruolo. Ora non possiamo dire “che cos’è una proposizione”, così come non possiamo dire “che cos’è un gioco”, ma solo fare esempi, indicare connessioni, somiglianze.

Questo è quanto ho inteso di questo magnifico libro. Naturalmente, con la specificazione che sono solo un lettore appassionato, non uno studioso della materia, che potrei avere detto delle sciocchezze, e che in ogni caso dimostrerei di aver capito poco o nulla se non aggiungessi, a chiusura, che questo è uno di quei libri che vanno compresi, ricompresi, letti e riletti a distanza di tempo, che sedimentano dentro e acquisiscono valore, per chi lo legge, forse soprattutto a distanza di anni.

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