Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Dalle nove alle nove

“Il dottor Rübsam era arrivato per primo. Non aveva dovuto attendere a lungo. Fuori pioveva a dirotto, e prima del solito comparvero anche gli altri per la partita a domino della sera. Nella saletta riservata del caffè Turf, alla quale si accedeva attraverso una porta accuratamente nascosta da una tenda e sorvegliata da un aiutocameriere, sedevano quel giorno undici persone.

Ecco di nuovo l’impiegato postale dai capelli rossi che il giorno prima aveva giurato che non si sarebbe mai più seduto al tavolo con quella banda di imbroglioni. Poi il viaggiatore di commercio che disponeva sempre di denaro, pur non avendo un lavoro da due anni. Il cameriere dell’osteria del Prater che veniva a giocarsi, nella serata libera, tutte le mance ricevute durante la settimana. La signora Suschitzky, un tempo sensale di matrimoni, nota ovunque nella zona tra il ponte dell’Augarten e il rondò del Prater, che ora si dedicava alla locazione di tranquilli pied-à-terre, senza peraltro avere nulla in contrario ad agevolare fuggevoli incontri. L’agente immobiliare, che veniva chiamato <<Altezza serenissima>> – senza ragione evidente per la verità, poiché pagava i debiti di gioco con un contegno non certo da principe. Il maresciallo contabile, che imprecava volgarmente in ceco, quando vinceva qualcun altro. Il <<signor redattore>> che, alla domanda per quale giornale lavorasse, rispondeva sempre con gesto sprezzante: <<Per tutti>>. L’impiegato della Cassa di Risparmio che arrivava col cane e la fidanzata, al cane faceva portare dall’aiutocameriere delle pelli di salame, alla fidanzata un paio di riviste consunte dall’uso, per poi dimenticarsene completamente di entrambi nel fervore del gioco; e infine Hübel, ozioso studente di medicina che dottore non lo era ancora, e il dottor Rübsam, che già da molto tempo non lo era più.”

(Leo Perutz, “Dalle nove alle nove”, ed. Adelphi)

Stanislaus Demba è uno studente di lettere che si guadagna la vita dando ripetizioni, ma soprattutto è un personaggio strambo che vaga per le strade di Vienna con un mantello addosso e assumendo atteggiamenti che lasciano perplessi i suoi interlocutori, spiazzati dai suoi repentini cambi di umore e da qualche misterioso segreto che l’uomo pare nascondere, che lo porta ad essere sfuggente e spesso irriverente. Lungo la sua giornata Demba incontra gente non meno ridicola di lui, anzi dal suo punto di vista, avendo egli presente qual è la motivazione del suo agire, sono proprio gli altri ad essere assurdi o comunque d’intralcio al suo piano. In un vorticoso susseguirsi d’incontri, Demba si ritrova sempre più solo nella sua battaglia, alla prese con il desiderio di libertà e il senso di colpa che il perseguimento dello stesso gli ha causato. Svelare perché Demba si comporti così sarebbe un colpo inferto al lettore ignaro, che comunque a un certo punto lo scoprirà e non per questo perderà interesse per la rutilante giornata di un personaggio che, a conferma di quanto lessi da qualche parte e fatte le dovute proporzioni, ha qualcosa di dostoevskiano e kafkiano.

Pubblicato per la prima volta nel 1918, “Dalle nove alle nove” è il primo libro di Leo Perutz che ho letto. Promosso a pieni voti.

“- Ma che manine deliziose ha, signorina Klara. Mai in vita mia ho visto della mani così nobilmente aristocratiche. Cosa non darei per poter baciare una sola volta questa mano!

– Ma prego, – lo incoraggiò Fräulein Postelberg e gli porse anche l’altra.

– Purtroppo ha delle macchie di inchiostro sulle dita. E questo toglie tutta la poesia, – disse Demba”

 

“Viaggiare è la grande passione di Sonja.  Lei vuole vedere il mondo, come e con chi le è indifferente, andrebbe su una nave come steward, se la prendessero, pure su un treno come macchinista e, se non ci fosse altro mezzo, anche come bagaglio a mano.”

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