Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Lungo addio

“Lui doveva perdonare, avere fiducia, non si poteva trattare così un essere umano, senza una goccia di pietà. Lui voleva capire e perdonare. Ma, in fondo, perché? E Ljalja, piangendo e discolpandosi, diceva cose talmente meschine e umilianti, che ascoltarle era insopportabile. Sì, sì, diceva lei, nel fondo, nel subconscio – e questa era la cosa più terribile – doveva esserci stato il desiderio di sistemarsi. Lui aveva voglia di urlare: “Dio mio, perché infangarsi tanto? Non era possibile!”. Era possibile, era possibile. Era stato proprio così. Lei insisteva. Lui sperava, e invece no. E questa verità, tutta la verità, la nuda verità era più sfrenata e più nuda della nuda passione. Lui la tormentava e si faceva raccontare tutto: di quello, di quell’altro, di tutti. E lei raccontava fino in fondo, gli consegnava quella misera verità, era come se entrambi fossero usciti di senno. Adesso è chiaro cosa era successo quella notte: la fine. Ma allora essi non capivano e credevano che cominciasse qualcosa di nuovo e di straordinario”.

(Jurij Trifonov, “Il lungo addio”, ed. Einaudi) 

“Lungo addio” è il titolo di uno dei tre racconti lunghi (o romanzi brevi) raccolti nel libro che ho appena finito di leggere. Gli altri due sono “Lo scambio” e “Conclusioni provvisorie”. Devo subito premettere che quando un racconto o un romanzo riesce a scuotermi dentro (da non intendersi come un feroce effetto lassativo) e persino a commuovermi, il primo pensiero che faccio è quello di essermi completamente rammollito o di essere in una predisposizione d’animo incline al rammollimento, il secondo è che quel rammollimento, ammesso che sia tale e non una condizione perpetua, sarebbe comunque qualcosa che mi distingue ancora da una pietra, il terzo è che deve esserci qualcosa che distingue quel racconto da un altro se l’argomento trattato è simile, ma il risultato è diverso, il quarto è che forse ho scoperto un altro essere che è riuscito a scrivere ciò che avrei voluto scrivere (c’è pure il quinto pensiero, quello da cinico-nichilista, cioè che gli altri quattro pensieri sono tutte cazzate e che conta solo bere, mangiare, defecare, urinare, copulare e dormire; non sempre, però, quest’ultimo riesce a dominare sugli altri).

Leggendo i racconti di Trifonov ho avvertito le sensazioni predette e, non essendo prevalso il quinto pensiero, sono qui a consigliarvi “Lungo addio”. Aggiungo subito, prima di proseguire, che parte del merito della mia scoperta va anche alla blogger XXXX, che con la sua recensione mi ha convinto a prendere dallo scaffale della biblioteca il volume, che già da tempo avevo adocchiato, ma del quale ignoravo contenuti e grandezza. I tre racconti furono scritti da Trifonov nel triennio dal 1969 al 1971 e, pur non riguardanti gli stessi personaggi, possono essere considerati una trilogia non artefatta o costruita dagli editori, perché leggendoli si avverte netta la sensazione di continuità emotiva tra gli stessi. In tutti e tre, infatti, ritroviamo determinati temi comuni, a cominciare proprio da quello che dà il titolo a uno dei racconti e all’intera raccolta, cioè l’addio, il distacco, che sia da un amore, da un luogo, da un ricordo, da un mondo nel quale si è vissuti, e in ultimo dall’esistenza stessa. Gli addii che si consumano nelle storie di Trifonov, però, non sono caratterizzati, almeno nella gran parte dei casi, da scene-madre, da melodrammatici o retorici distacchi, ma si consumano lenti, inesorabili, giorno dopo giorno, da qui l’aggettivo “lungo” del titolo. Altra caratteristica che accomuna i tre scritti è l’essere ambientati nel ceto medio della Russia post-seconda guerra mondiale, anche se non mancano escursioni in altri contesti sociali e temporali, specie con i ricordi dei personaggi, relativi al periodo pre-bellico. Ancora, mi sembra di poter dire che un’altra affinità evidente tra le storie è il problema della coscienza e delle scelte individuali che affliggono i protagonisti, costretti, per sopravvivere, a fare i conti con compromessi, aderenze, relazioni sgradite, scambi, insomma a sacrificare una parte di sé stessi, spesso proprio quella che avrebbero voluto maggiormente preservare.

Nonostante quanto abbia scritto finora possa far pensare a dei racconti angoscianti e quindi da evitare come la peste, devo rassicurarvi e rilevare come Trifonov riesca a costruire dei racconti che, pur toccando il lettore (almeno me) nelle sue corde più intime, non risultano pesanti, nel senso più deteriore che questa parola può avere per chi legge un racconto o romanzo. Non mancano, qua e là, ironie e dissacrazioni, sebbene il tono generale della narrazione non induca al sorriso. Nel primo racconto, “Lo scambio”, i protagonisti sono un marito e una moglie, alle prese con un disagio di coppia che affonda nel passato, e che solo i silenzi reciproci, i piccoli sotterfugi quotidiani volti a preservare l’apparente serenità, hanno potuto mascherare per anni, ma pronto a riemergere ogni qual volta le incombenze dell’esistenza mettono i due di fronte all’irreparabilità delle loro scelte. Nello specifico, la malattia della madre di lui costringe i due a effettuare uno scambio di abitazione che permetta al figlio di assistere la madre. Da questa necessità seguiranno disguidi, amarezze, antipatie non sempre celate, con il corollario, non irrilevante, rappresentato dal fatto che l’uomo, alle soglie dei quarant’anni, sente di aver gettato via in maniera sbagliata la propria esistenza, soprattutto riflettendo a ciò che poteva essere e non è stato con un’altra donna, la sua ex-amante. L’impossibilità di staccarsi da circostante che ormai l’hanno avvolto conduce solo a far sì che, invece di un distacco netto, lui e la moglie vivano quotidianamente una battaglia sotterranea che non ha vincitori ma solo vinti.

“Conclusioni provvisorie” è il racconto che mi ha colpito meno, sebbene anch’esso sia di alto livello. In questo caso, la narrazione avviene in prima persona, a differenza delle altre due storie. Il protagonista-narratore è un uomo che si è rifugiato in una casa di cura, quasi per scappare dal senso di soffocamento che stava avvertendo in seno alla sua famiglia, laddove percepiva la totale assenza di una reale solidarietà umana, dispersasi dietro le parole, quelle sue, traduttore, quelle della moglie misticheggiante, ma soprattutto quelle del figlio, il rapporto con il quale è il fulcro della vicenda. Il bacillo della separazione, della fuga, diventa una possibile per quanto tremenda salvezza, quando tutte le certezze si rivelano infondate e quando il figlio si palesa per quello che è realmente.

“Lungo addio”, il terzo e ultimo racconto, è una magistrale vicenda ambientata nel mondo del teatro. I due protagonisti sono Ljalja, un’attrice che all’inizio della storia non riscuote grande successo, e il suo compagno Grisa, impegnato nell’infruttuoso tentativo di scrivere anch’egli un’opera teatrale. Sullo sfondo, una casa e un giardino pieno di fiori, destinati a essere demoliti per lasciare spazio a nuove costruzioni, metafora di un’esistenza labile e di ricordi dolorosi. A differenza del compagno, Ljalja riesce a farsi spazio in un mondo dominato da rivalità e da compromessi cui si deve cedere, giungendo al successo, anche grazie alla relazione allacciata con un autore. Tutto ciò comporta, per la donna e per Grisa, un ulteriore aggrovigliamento dei loro rapporti, già altalenanti; Grisa, orgoglioso fino al punto di non voler essere aiutato dalla donna, ormai addentratasi nei meccanismi dello spettacolo, è altresì geloso anche retrospettivamente. Ljalja, da parte sua, donna incline a perdonare tutti, a non giudicare, si rende conto che la sua ricerca della felicità comporta dolore per gli altri, qualunque sarà la sua scelta. Anche in questo caso, dunque, benché consapevoli che si esiste davvero soltanto quando si ama qualcuno, qualcosa, i protagonisti sperimentano come sia difficile, talvolta impossibile, evitare il logoramento, lo stillicidio emotivo e comprendere cos’è, in definitiva, un addio, un lungo addio.

“L’uomo scopre sempre in ritardo la sua età. Succede come quando la moglie ti tradisce: tutti lo sanno già, ma tu non l’intuisci neppure. Vi è però qualcosa che esiste al di fuori della coscienza, una specie di meccanismo d’orologeria che, all’improvviso, manda segnali. Ricordo che da adolescente mi trovavo in un tram quando avvistai una giovane donna seduta di fronte a me; una donna come tante altre, era abbronzata, con un petto poderoso, la borsetta in grembo, le gambe nude e incrociate con un fare negligente. Il come vidi questa donna seduta fu per me subitaneo e nuovo e anche allora, come adesso, m’impaurì un poco. Subito dopo aver pensato a Jazgul’ il mio pensiero si riportò su me stesso. È un legame inesorabile: appena comincio a riflettere sul tempo, passo immediatamente alla mia preziosa persona. Chi sono io, che cosa sono e via dicendo. Talvolta mi dico: non va mica tanto male, sono a posto. Talvolta, invece, mi prende l’angoscia. No, mi dico, non ne ho imbroccata una. Ho passato la vita a fare quel che non volevo, bensì quel che andava fatto e che mi permetteva di vivere. Eppure avrei potuto, sicuramente. Se allora, per esempio, appena terminato l’Istituto, nel quaranta e passa, ecc, ecc.”.

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