Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

La casa sul lungofiume

“Era assolutamente un “nessuno”, Vadik Sfilatino. Ma, come ho capito più tardi, è un dono raro: essere un “nessuno”. Quelli che sono capaci di essere genialmente “nessuno” arrivano lontano. La questione in fondo è tutta qui: a quello sfondo neutro vengono aggiunti tocchi e figure, suggeriti dai desideri e dalle paure di chi ha a che fare con questi “nessuno”. I “nessuno” sono sempre fortunati. Nella mia vita mi è capitato di incontrare due o tre individui di questa razza meravigliosa (Sfilatino mi è rimasto impresso semplicemente perché è stato il primo ad avere fortuna per “nessun” merito) e mi ha sempre colpito l’incoraggiante benevolenza dimostrata nei loro confronti dal destino. Vad’ka Sfilatino è diventato nel suo campo un pezzo grosso. Non so chi sia con precisione, non mi interessa. Ma quando qualcuno raccontava di lui, non mi meravigliavo: doveva essere così”.

(Jurij Trifonov, “La casa sul lungofiume”, Editori Riuniti)

Avendo già apprezzato i tre racconti contenuti in “Lungo addio” e avendo letto recensioni entusiaste su “La casa sul lungofiume”, avevo deciso di acquistare questo romanzo, non rinvenuto nello scaffale della biblioteca del mio paese. In realtà, il libro, piuttosto mal ridotto causa un’infiltrazione d’acqua all’interno della biblioteca stessa (per fortuna con danni limitati), si trovava in convalescenza in uno scatolone, assieme ad altri testi bagnati dall’acqua piovana. L’ho preso in prestito e l’ho letto, scoprendo un gran bel romanzo, che ha confermato le parole che su di esso avevo trovato qua e là nel web.

Non è semplice scrivere impressioni su questo romanzo, perché si presta a diversi livelli di lettura. Per aiutarmi, mi avvalgo delle parole che lo stesso scrisse sulla rivista Voprosy literatury nel 1972, cioè quattro anni prima della composizione di “La casa sul lungofiume”. Scrive Trifonov: “Io analizzo la gente più semplice, comune. Diciamo, ingegneri, casalinghe, insegnanti, assistenti scientifici, capomastri, drammaturghi, donne di servizio, studenti. Come si può definirli in un termine solo? Forse, cittadini. Abitanti della città. Un tempo c’era una parola tranquilla, “borghesi”, cioè appunto, abitanti del borgo, della città. Ma col tempo questa parola si è mostruosamente deformata e ora significa tutt’altro. Qualcosa di sgradevole e, per così dire, di sospetto. I significati si rovesciano, le parole cambiano, non ci si può far niente. Ma ribadisco: io non ho mai voluto scrivere su questi “borghesi”. A me interessano i caratteri. E ogni carattere è unico, a sé, una combinazione irripetibile di caratteristiche grandi e minute. È forse compito di uno scrittore rinchiuderlo in un concetto come “borghesia”, “intellighentsija”, “pensionati”, artisti” o “contadini”? Oltre a queste suddivisioni di “massa”, a volte si suddividono gli uomini in personaggi positivi e negativi (…). È molto interessante: i critici letterari come immaginano un personaggio positivo? Come lo riconoscono? Se si prende un critico e gli si chiede: “Lei, mi scusi, è un personaggio positivo o negativo?”, il critico si confonde, arrossisce, borbotta qualcosa, sicuro al cento per cento, che sì, insomma, è un personaggio positivo, ma non sta bene dire una cosa simile di se stessi. Bisogna chiederlo ai vicini, ai conoscenti. “Sì, certo, in massima parte è positivo!” dirà uno. “È simpatico, ma un po’ strano, sa…”, dirà un altro. “Non lo direi proprio un personaggio positivo, nel vero senso del termine”, dichiarerà decisamente un terzo. Un quarto poi se ne verrà fuori con qualcosa di irripetibile. Un collega critico si meraviglierà: “Come si può parlare di un uomo vivo in modo così rozzo, unilaterale, è ridicolo…” Di una persona viva non si può, di un personaggio letterario si può. Ecco una cosa che non capisco”.

Ho deciso di trascrivere per intero il frammento riportato in apertura dell’edizione (Editori Riuniti) che ho sfogliato, perché mi sembra che dallo stesso si possano evincere alcune caratteristiche fondamentali del romanzo di Trifonov. Innanzitutto, i personaggi non sono blocchi monolitici, ma hanno, nei loro atteggiamenti e pensieri, molte sfumature che rendono avvincente e a tratti anche difficile, per il lettore, inquadrarli all’interno della storia. Per l’appunto, non c’è un buono contrapposto a un mondo di cattivi, o viceversa, ma ciascuno dei protagonisti, seppure con diverse gradazioni, ha delle ambiguità, dei comportamenti non lineari, non facilmente definibili, o meglio, delle azioni che ha qualcuno possa apparire limpide e oneste, ma da altri, magari solo perché colpiti nella loro sfera e non perché realmente li stigmatizzino, sono giudicati con severità.

La stessa casa sul lungofiume, che dà il titolo all’opera, si presta, a mio avviso, a differenti chiavi di lettura. Certo, la più lampante è quella di essere un simbolo in pietra delle aspirazioni di Glebov, il protagonista, che, in seguito a un incontro con il vecchio amico Levka, rievoca la sua esistenza. Glebov, da giovane, abita in una casetta disadorna e vede negli abitanti della casa sul lungofiume, un enorme caseggiato dove vivono persone benestanti, una classe diversa dalla sua, una meta da raggiungere. La presenza di un portiere all’ingresso di quella casa è di per sé un segnale che, per entrare a far parte di quel mondo, bisogna oltrepassare una barriera sociale. L’offesa che comincia a sentire in gioventù, il piombo dentro che sente di portare, è aggravata dal successo che il volgare e prepotente Levka ottiene, a differenza sua. L’anelito a farsi spazio nell’esistenza, a trovare un ruolo che possa farlo sentire non-escluso, in Glebov non assume le forme di un arrivismo scaltro, come quello del Bel-Ami di Maupassant, ma piuttosto le forme di un’inerzia grigia, di un adattarsi alle convenienze, alle decisioni che altri prendono per lui, e alle quali lui, che pure potrebbe scegliere di rifiutarsi, accetta, subisce, quasi fosse plastilina nelle mani di chi vuole modellarlo. Quando riesce a far conoscenza con il professor Gancuk e con sua figlia Sonja, entra finalmente in quel mondo che prima osservava dall’esterno; ben presto, però, a causa della sua tendenza a lasciare che le cose vadano come devono andare, si ritrova a dover recitare una parte ambigua e poco onorevole, stretto com’è tra l’amore per Sonja e una battaglia di carattere politico-universitario che alcuni soggetti, anch’essi tutt’altro che limpidi, stanno conducendo proprio contro il professor Gancuk, suo suocero, suo relatore per la tesi, contro il quale i cospiratori vorrebbero instradarlo.

I temi presenti nel romanzo, comunque, sono molti e l’abilità di Trifonov è di riuscire a farceli ingoiare quasi senza che ce ne accorgiamo, con un ritmo serrato e senza momenti di noia. La casa, scrivevo prima, può assumere anche altri significati. Mi vien da pensare alle speranze crollate, alla disillusione. La casa, infatti, ha subito anch’essa gli orrori della seconda guerra mondiale, ma soprattutto, ciò che più conta, ha visto disperdersi il nucleo di amici e nemici di un tempo, ormai volti caduti nell’oblio. Quando accade che qualcuno di essi incontra un altro, faticano nel rivedersi ed esemplare è, in questo senso, l’incontro iniziale tra Glebov e Levka, dal quale tutta la narrazione scaturisce, allorché Levka finge di non riconoscere Glebov, forse perché il volto dell’amico gli ricorda un tempo che non è possibile riportare in vita.

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