Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Rayuela. Il gioco del mondo

“Gli aveva sorriso, come se cercasse di capire. Forse… La sua mano trovò quella di Oliveira quando contemporaneamente si chinarono per levare la coperta. Per tutto quel pomeriggo egli assistette di nuovo, ancora una volta, una delle tante volte ancora, testimone ironico e commosso del proprio corpo, alle sorprese, agli incanti e alle delusioni della cerimonia. Abituato senza saperlo ai ritmi della Maga, d’un tratto un nuovo mare, un diverso mareggio lo strappava agli automatismi, ne faceva il confronto, sembrava denunciare oscuramente la propria solitudine intrecciata di simulacri. Illusione e delusione di passare da una bocca all’altra, di cercare con gli occhi chiusi un collo in cui la mano ha dormito raccolta, e sentire che la curva è diversa, una base più spessa, un tendine che si contrae brevemente nello sforzo di rizzarsi per baciare o mordere. Ogni attimo del suo corpo di fronte a un disaccordo delizioso, doversi allungare un pochino di più, o abbassare la testa per trovare la bocca che prima stava lì vicina, carezzare un fianco più stretto, incitare a una risposta e non ottenerla, insistere, distratto, per poi accorgersi che tutto bisogna inventare di nuovo, che il codice non è stato stabilito, che le chiavi e il cifrario nasceranno di nuovo, saranno diversi, corrisponderanno ad altro. Il peso, l’odore, il tono di una risata o di una supplica, i tempi e le accelerazioni, nulla coincide essendo uguale, tutto nasce di nuovo essendo immortale, l’amore gioca ad inventarsi, fugge da se stesso per tornare nella propria spirale impressionante, i seni cantano in un altro modo, la bocca bacia più profondamente o come di lontano, e in un momento in cui prima era collera e angoscia ora è gioco puro, un incredibile sollazzo, o al contrario, quando prima si cadeva nel sonno, nel balbettio di dolci stupide cose, adesso la tensione, qualcosa di incomunicato eppure presente che esige d’incarnarsi, qualcosa come una rabbia insaziabile. Solo il piacere nel suo palpito ultimo è il medesimo; prima e dopo il mondo è andato in pezzi e bisogna nuovamente dargli nome, dito per dito, labbro per labbro, buio per buio.”

(Julio Cortázar, “Rayuela. Il gioco del mondo”, ed. Einaudi)

“Chi non legge Cortázar è spacciato. Non leggerlo è una malattia molto seria e invisibile, che col tempo può avere conseguenze terribili”, pare abbia detto/scritto Pablo Neruda, almeno stando alla citazione riportata sul retro-copertina dell’edizione Einaudi dei “Racconti” di Julio Cortázar. Concordo con Pablo, sebbene mi venga il dubbio, la quasi certezza, che anche o soprattutto chi legga Cortázar sia spacciato, ma questo è un altro tema. Di sicuro, per quanto mi riguarda, la lettura di “Rayuela. Il gioco del mondo” è stata un’esperienza bellissima che mi ha fatto riscoprire quest’autore che avevo già sfiorato in passato, senza però trarne lo stesso godimento estetico provato in quest’occasione.

È difficile definire un libro come Rayuela, poiché, come avverte lo stesso autore, “a modo suo questo libro è molti libri, ma soprattutto due libri”. Strutturalmente, infatti, è composto da tre parti, intitolate “Dall’altra parte”, “Da questa parte” e “Da altre parti (capitoli dei quali si può fare a meno)”. Cortázar, nella sua tavola d’orientamento, spiega che un modo di leggerlo è quello di affrontare, in modo classico e lineare, le prime due parti, l’una di seguito all’altra, arrestandosi al capitolo 56, e tralasciando del tutto quelli contenuti nella terza parte (oppure, aggiungo io, leggendosi dopo, in maniera che potrà risultare caotica). La seconda modalità di lettura suggerita, che è anche quella che ho scelto, consiste nel seguire un percorso indicato alla fine di ogni capitolo. In sostanza, alla linearità dei capitoli 1-56 si aggiungono i rimandi ai capitoli della terza parte, che sono digressioni, possibili sviluppi della storia, citazioni, dialoghi tra i personaggi, insomma un modo per aprirsi altre potenziali percorsi narrativi. Rayuela, in sostanza, è un inno letterario all’invenzione senza piani prestabili, un ridda di frammenti che il lettore, costretto ad essere attivo, ricompone nella sua mente. Soprattutto, però, è un romanzo scritto bene, che si legge, ricco di umorismo, ironia e momenti lirici.

Il protagonista principale del romanzo è Horacio Oliveira, un eterno studente argentino, non più giovanissimo, che, nella prima parte, troviamo a Parigi, alla ricerca perenne di un suo centro che possa dirimere il caos nel quale si svolge la sua esistenza, che si svolge in mezzo ad altri apprendisti filosofi come lui, che si riuniscono al Club del Serpente per proporsi reciprocamente teorie più o meno attendibili sulle sorti individuali e universali. Meno intellettualoide di loro, ma più aderente alla vita, è la Maga, Lucia, altro perno che potrebbe aiutare Oliveira ad “afferrare la vita”, se non fosse che quest’ultimo ha sviluppato una sorta di rifiuto all’azione sociale per motivi tutti suoi. Nella seconda parte, Oliveira è tornato in Argentina, e qui si trova di fronte Traveler, una sorta di suo doppio.

Come già scritto prima, Rayuela sfida il lettore, ma lo ripaga, e anche le riflessioni meta-romanzesche, affidate allo scrittore Morelli (nella terza parte), arricchiscono la lettura, almeno per chi non voglia limitarsi a fruire di una storia con inizio, svolgimento e fine ben delineate, ma desideri partecipare alla costruzione di altri possibili romanzi che escano dai limiti delle pagine lette.

“A quindici anni si era accorto del “so soltanto che non so niente”; la cicuta concomitante gli era sembrata inevitabile, non si sfida a questo modo la gente, glielo dico io. Più tardi lo divertì comprovare in qual modo nelle forme superiori di cultura il peso dell’autorità e delle influenze, la fiducia nata dalle buone letture e dall’intelligenza, producano anch’esse il loro “glielo dico io”, sottilmente dissimulato, anche per colui che lo proferiva: adesso subentravano i “ho sempre creduto che”, “se di qualcosa sono certo è”, “è evidente che”, quasi mai compensati dalla valutazione spassionata del punto di vista opposto. Come se la specie vegliasse sull’individuo per non lasciarlo avanzare troppo nella via della tolleranza, del dubbio intelligente, della fluttuazione sentimentale. In un dato punto spuntava il callo, la sclerosi, la definizione: o nero o bianco, o radicale o conservatore, figurativo o astratto, la squadra San Lorenzo o quella di Boca Juniors, carne o verdura, affari o poesia. Ed era giusto, perché la specie non poteva fidarsi di individui come Oliveira; la lettera del fratello era esattamente l’espressione di questa ripulsa.”

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