Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Il pozzo

“L’amore è una cosa troppo meravigliosa perché uno possa stare a preoccuparsi del destino di due persone che non hanno fatto altro che averlo, inspiegabilmente. Non mi interessa sapere che cosa può capitare al signor Eladio Linacero e alla signora Cecilia Huerta Linacero. Basta scrivere i nomi per accorgersi quanto è ridicolo tutto questo. Era amore ed era finito, non c’era né prima né seconda istanza, era un vecchio cadavere. Che importa il resto. Ma nell’istruttoria c’è una cosa che non riesco a dimenticare. Non cerco di giustificarmi; possono scrivere quello che vogliono quei topi di fogna del tribunale. È tutta colpa mia: non mi interessa guadagnare soldi né avere una casa confortevole con radio, frigorifero, stoviglie e un water impeccabile. Il lavoro mi sembra una sciocchezza odiosa cui è difficile sottrarsi. La poca gente che conosco non merita che il sole le arrivi in faccia. Che mi importa di loro, e della signora Cecilia Huerta Linacero.

Ma nell’istruttoria si racconta che una notte svegliai Cecilia, che <<minacciandola la obbligai e la portai all’incrocio della rambla con calle Eduardo Acevedo>>. Là <<iniziai a comportarmi in modo anomalo, obbligandola ad allontanarsi e a tornare da me camminando, più volte, e a ripetere frasi senza senso>>. Si dice che ci siano vari modi di mentire, ma il più ripugnante di tutti è dire la verità, tutta la verità, però occultando l’anima dei fatti. Perché i fatti sono sempre vuoti, sono recipienti che prendono la forma del sentimento che li riempie.”

(Juan Carlos Onetti, “Il pozzo”, ed. Sur)

Giunto alle soglie dei quarant’anni, Eladio Linacero decide che è il momento di scrivere qualcosa sulla sua esistenza, anche se ammette di non saper scrivere. Nelle neanche quaranta pagine che costituiscono questo romanzo breve, Onetti, del quale avevo già apprezzato “Gli addii”, ci fa conoscere un uomo scettico, disilluso, malinconico, cinico, pessimista, e lo fa attraverso pochi ma incisivi ricordi che il protagonista ci narra, a cavallo tra una realtà ricordata con amarezza e il mondo dei sogni nei quali, tra gli altri, gli appare Ana María, morta a soli diciotto anni e da lui conosciuta fugacemente.

Mi fermo qui perché il libro si legge tutto d’un fiato e non avrebbe senso dilungarmi ulteriormente sulla breve, ma densa e poetica trama. La prossima tappa che percorrerò nel mondo di Onetti è il più corposo “la vita breve”.

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