Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Giobbe

“Lo lasciarono. Si avvicinò alla finestra e li guardò salire in macchina. Gli parve di doverli benedire come figlioli che intraprendano una via molto difficile oppure una molto fortunata. Non li vedrò più – pensò poi – e non li benedirò nemmeno. La mia benedizione potrebbe diventare per loro una maledizione, incontrarsi con me un danno. Si sentiva leggero, sì, leggero come mai in tutti i suoi anni. Aveva sciolto tutti i legami. Gli venne in mente che da anni ormai era solo. Solo era stato dal momento in cui era cessato il piacere tra lui e sua moglie. Solo era, solo. Moglie e figli gli erano stato intorno e gli avevano impedito di portare il suo dolore. Come inutili cerotti, che non guariscono, essi erano stati sulle sue ferite e le avevano solo nascoste. Ora, finalmente, godeva la sua pena con trionfo. Restava solo un legame da rompere. Si mise all’opera.”

(Joseph Roth, “Giobbe”, ed. Adelphi)

Mendel Singer, ebreo che vive in Russia, è un antieroe, un maestro che sopporta le avversità che il Dio da lui pregato gli pone lungo la strada, finché, non sopportando più, anche Dio non gli basta più a comprendere dov’è la colpa, perché deve accettare un figlio infermo, una figlia che si concede ai cosacchi con troppa facilità, uno disertore, l’altro che va in guerra, la moglie con la quale ormai trascina un’esistenza monotona, e che neanche emigrando negli Usa trova quel rifugio di serenità che gli occorre. Mendel è un uomo semplice, anche collerico, irascibile, ma indubbiamente colpito da quelle che a lui paiono condanne di un Dio divenuto cattivo, al quale pure continua, nel suo intimo, ad appellarsi.

Al netto di qualche eccesso retorico, un romanzo che si legge tutto d’un fiato, grazie all’abilità di Joseph Roth, capace di descriverci la parabola (è il caso di usare questo termine) di Mendel, della sua complicata vicenda di uomo semplice.

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