Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

La linea d’ombra

“Soltanto i giovani hanno momenti del genere. Non dico i più giovani. No. Quando si è molto giovani, a dirla esatta, non vi sono momenti. È privilegio della prima gioventù vivere d’anticipo sul tempo a venire, in un flusso ininterrotto di belle speranze che non conosce soste o attimi di riflessione.

Ci si chiude alle spalle il cancelletto dell’infanzia, e si entra in un giardino d’incanti. Persino la penombra qui brilla di promesse. A ogni svolta il sentiero ha le sue seduzioni. E non perché sia questo un paese inesplorato. Lo sappiamo bene che l’umanità tutta è passata di lì. È piuttosto l’incanto dell’universale esperienza, da cui ci aspettiamo emozioni non ordinarie o personali, qualcosa che sia solo nostro.

Si va avanti ritrovando i solchi lasciati dai predecessori, eccitati, divertiti, facendo tutt’un fascio di buona e cattiva sorte – zuccherini e batoste, si può dire – il pittoresco lasciato assegnato a tutti, che tante cose riserba a chi ne avrà i meriti, o forse anche a chi avrà fortuna. Già. Si va avanti. E anche il tempo va, fino a quando innanzi a noi si profila una linea d’ombra, ad avvertirci che bisogna dare addio anche al paese della gioventù”.

(Joseph Conrad, “La linea d’ombra”)

Non ricordo quando lessi per la prima volta “La linea d’ombra”, in particolare non saprei dire se e quando ho oltrepassato la mia personale linea, quella che metaforicamente segna il passaggio dalla giovinezza alla maturità. So che l’ho riletto adesso, traendone la conferma sul fatto che s tratta di un grande romanzo, un vero e proprio “classico” nel senso che a me piace dare a questa parola, cioè uno scritto che oltrepassa l’epoca e le circostanze di fatto che l’avevano generato per assumere significati più generali e interpretabili anche a distanza di decenni, centinaia di anni.

Nella breve nota dell’autore, scritta a distanza di qualche anno dal romanzo, Conrad, dopo aver specificato che nella sua opera non intendeva rappresentare fatti preternaturali, bensì il meraviglioso e misterioso mondo dei vivi, specifica che “lo scopo principale di questa narrazione era di presentare alcuni fatti innegabilmente connessi con il passaggio dalla giovinezza, noncurante e fervida, al periodo più consapevole e più tormentoso dell’età matura”. Conrad, che prima di dedicarsi del tutto alla scrittura, era stato davvero un ufficiale della marina mercantile ed era giunto a comandare una nave, attua il suo proposito raccontandoci, in prima persona, la vicenda di un giovane vice-comandante che, stanco della consuetudine, improvvisamente decide di abbandonare la nave presso la quale era imbarcato. Giunto a terra, però, per una serie di circostanze, gli è affidato l’incarico di comandare una nave a vela. La nuova sfida gli provoca un’ebbrezza febbrile, la sfida lo affascina e l’età giovanile gli fa quasi del tutto ignorare i pericoli e le responsabilità che quell’incarico comporta.

Solo a bordo, nel mezzo di traversie, malattie dell’equipaggio, messo di fronte alle prove che l’esistenza gli pone, scoprirà quanto sia vano aver la pretesa di comandare tutto, quanto sia labile il confine tra la lucidità e la follia, personificata nella figura del delirante Burns, e più in generale oltrepasserà quella linea d’ombra di cui sopra.

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