Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Libertà

“Ed ecco una grave mancanza di Walter: non riuscire ad accettare che Joey fosse diverso da lui. Se Joey fosse stato timido e diffidente con le ragazze, se Joey si fosse trovato a suo agio nel ruolo del bambino, se Joey avesse voluto un padre che gli insegnava tante cose, se Joey fosse stato irrimediabilmente onesto, se Joey si fosse schierato dalla parte dei diseredati, se Joey avesse amato la natura, se Joey fosse stato indifferente ai soldi, lui e Walter sarebbero andati d’amore e d’accordo. Ma Joey, fin dall’infanzia, si era rivelato più simile a Richard Katz – cool per natura, rude e sicuro di sé, concentrato sui propri obiettivi, indifferente alla morale, intrepido con le ragazze – e così Walter aveva deposto ai piedi di Patty ogni frustrazione e delusione nei confronti del figlio, come se fosse lei la colpevole di tutto. Era da quindi anni che la implorava di appoggiarlo nei suoi tentativi di mettere in riga Joey, di aiutarlo a far valere la proibizione domestica di videogiochi, tv in eccesso e musica degradante per donne, ma Patty non poteva fare a meno di amare Joey così com’era.”

(Jonathan Franzen, “Libertà”, ed. Einaudi)

Walter e Patty sembrano incarnare il modello perfetto di una coppia colta, educata, benestante, progressista, esponenti di una classe medio-alta e soprattutto del mito della libertà statunitense. Sotto questa patina dorata, però, si nasconde tutt’altro. Le loro teorie si scontrano con la cruda realtà, in particolare quando il concetto di libertà è declinato dai figli Jessica e Joey. Quest’ultimo, poi, se ne va a vivere in casa dell’insopportabile vicino di casa, avvinto dall’amore per Carol. Inoltre, a dispetto delle idee democratiche di Walter, Joey ben presto diventa un fervente repubblicano che per giunta lavora per un’ambigua società che specula sulla guerra in Iraq. Per conto suo Walter, animalista, ambientalista, finisce sui giornali perché coinvolto in altrettanto oscuri legami con una società del carbone che sta disboscando un’intera zona con la scusa di creare una riserva faunistica.

Ambientato a cavallo tra la fine del ventesimo secolo e i primi anni 2000, “Libertà” non tratta solamente della famiglia Berglund, attorno alla quale pure ruota il tutto, bensì anche di temi più generali che inducono a riflettere su come, nel quotidiano ma anche nel macroscopico, quella parola, libertà, sia tanto bella quanto difficile da attuare, in un mondo globalizzato nel quale le decisioni individuali debbono (dovrebbero) tenere conto di quali conseguenze possono avere o almeno di cosa c’è dietro ciò che consumiamo, usiamo.

Franzen è abile nel ricamare una trama di oltre seicento pagine senza che vi siano grandi momenti di stanca, alternando i registri, ma sempre con una vena ironica che rende scorrevole la lettura e ci fa appassionare alle beghe sentimentali di Walter, Patty, Jessica, Joey e di Richard, il cantante rock amico intimo di Walter, così diverso da lui, così legato eppure anch’egli “vittima” di una maldestra attuazione della parola libertà. Insomma il punto cruciale di tutto il romanzo è la domanda: ammesso e non concesso che si sia liberi di agire, come dobbiamo agire per assecondare la nostra brama di libertà senza ledere gli altri?

“Non sapeva cosa fare, non sapeva come vivere. Ogni novità che incontrava nella vita lo spingeva in una direzione che lo convinceva in pieno, ma poi spuntava un’altra novità che lo spingeva nella direzione opposta, anch’essa in apparenza giusta. Non esisteva un filo conduttore: si sentiva una pallina da flipper puramente reattiva, in un gioco il cui unico obiettivo era rimanere in vita per il semplice gusto di farlo. Buttare via il proprio matrimonio per seguire Lalitha gli era parso irresistibile, finché non si era visto nei panni del collega più anziano di Jessica, un altro maschio bianco americano iperconsumista che si sentiva in diritto di possedere di più e di più e di più: finché non aveva visto l’imperialismo sentimentale insito nell’innamorarsi di un’asiatica giovane e fresca dopo aver esaurito le riserve domestiche. Lo stesso valeva per la rotta che aveva tracciato negli ultimi due anni e mezzo con la Fondazione, convinto della validità dei propri argomenti e della bontà della propria missione, per poi scoprire, quella mattina a Charleston, di aver commesso solo tremendi errori. E lo stesso valeva per l’iniziativa sulla sovrappopolazione: c’era forse un modo migliore di vivere che quello di buttarsi nella sfida più critica del proprio tempo? Ma gli era bastato pensare a Lalitha con le tube legate perché quella sfida gli sembrasse fasulla e sterile. Come vivere?”

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