Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Stoner

“Ponderatamente, con calma, realizzò che doveva sembrare un vero fallimento. Aveva voluto l’amicizia, e quell’intimità legata all’amicizia che potesse renderlo degno del genere umano. Aveva avuto due amici, e uno dei due era morto insensatamente prima che potesse conoscerlo, mentre l’altro si era ormai ritratto a tal punto tra i vivi, che…

Aveva voluto l’unicità e la quieta indissolubilità del matrimonio. Aveva avuto anche quella e non aveva saputo che farsene, tanto che si era spenta. Aveva voluto l’amore e ci aveva rinunciato, abbandonandolo al caos delle possibilità. Katherine, pensò. “Katherine”.

Aveva voluto essere un insegnante e lo era diventato. Eppure sapeva, lo aveva sempre saputo, che per buona parte della sua vita era stato un insegnante mediocre.

Aveva sognato di mantenere una specie d’integrità, una sorta di purezza incontaminata; aveva trovato il compromesso e la forza dirompente della superficialità. Aveva concepito la saggezza e al termine di quei lunghi anni aveva trovato l’ignoranza. E che altro?, pensò. Che altro?

Cosa ti aspettavi?, si domandò.”

(John Williams, “Stoner”, Fazi Editore)

Quando acquistai “Stoner”, mi accorsi di averlo fatto percependo una sorta di affinità elettiva con “Revolutionary Road”, libro sul quale ho scritto qualche giorno fa; con il senno di poi, devo dire che la differenza di stile tra è profonda, ma c’era qualcosa, leggendo la trama nell’interno di copertina, che mi faceva accomunare due autore pure così distanti come Richard Yates e John Williams, dei quali, peraltro, non avevo letto nulla. Banalizzando, questo qualcosa potrei ridurlo al fatto che entrambi ci descrivono personaggi insoddisfatti, immersi in una mediocrità sia personale che riguardante altri personaggi dei romanzi. Lasciando da parte questo parallelismo, nel quale mi sono immerso per motivi che tuttora mi sfuggono, ricordo che al momento di pagare “Stoner”, l’addetta allo stand della Fazi editori (comprai anche questo alla Fiera della piccola e media editoria), mi chiese come fossi giunto a “Stoner” e le risposi che era stato un passaparola virtuale, considerando che avevo letto diverse opinioni entusiaste sul web.

La particolarità di questo romanzo è che sin dalla prima pagina noi sappiamo che “William Stoner si iscrisse all’Università del Missouri nel 1910, all’età di diciannove anni. Otto anni dopo, al culmine della prima guerra mondiale, gli fu conferito il dottorato di ricerca e ottenne un incarico presso la stessa università, dove restò a insegnare fino alla sua morte, nel 1956. Non superò mai il grado di ricercatore, e pochi studenti, dopo aver frequentato i suoi corsi, serbarono di lui un ricordo nitido”. Con questa secca introduzione, l’autore ci dice quasi tutto di ciò che sarà poi oggetto della sua narrazione, omettendo solo altre notizie che potrebbero scoraggiarci dall’intraprendere la lettura, e cioè che Stoner avrà un matrimonio infelice con Edith lungo quarant’anni, due soli amici, uno dei quali morto giovane, un’amate giovane che sembrerà ridestare entusiasmo in lui ma che si rivelerà solo una parentesi, e che sarà ostacolato nella sua carriera universitaria da battaglie meschine da parte di un suo collega. Sullo sfondo, due guerre mondiali che egli vive da lontano ma non per questo in maniera meno drammatica.

Quanto descritto non sembra essere materia per grandi vicende romanzesche, l’esistenza di Stoner è piuttosto piatta e monotona, non accade granché, a parte qualche morte e qualche separazione improvvisa a dare un ulteriore tocco di malinconia alla lettura; sembrerebbe non esserci grande spazio per una narrazione avvincente e ancora meno per divertirsi leggendo “Stoner”. In effetti, non ci si diverte granché, la scrittura stessa non è quasi mai ironica, è quasi cronachistica, eppure, ed è questo che mi ha fatto apprezzare molto il romanzo e spinto a scriverne, Williams è riesce a trasmettere emozioni tra le righe, senza ricorrere a grandi sceneggiate tra i protagonisti, bensì mostrandoci la loro quotidiana banalità, malinconia, disillusione. Aggiungo che dopo le prime pagine credevo di essermi atteso troppo da questo romanzo, proprio a causa delle impressioni favorevoli che avevo letto da persone che stimo; andando avanti, invece, mi sono reso conto che avevano ragione, e ho letto le ultime cento pagine in apnea, senza riuscire a staccarmi dalle pagine, seguendo Stoner nella sua inesorabile discesa verso la solitudine finale, descritta in maniera magistrale dall’autore.

Annunci

4 pensieri su “Stoner

  1. LaCornacchiaSepolta in ha detto:

    Io mi sa che sono davvero l’unica a non considerare la vita di Stoner piatta e monotona.. 😦

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: