Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

La luna è tramontata

“ – Vedete, signore, nulla potrà mutare la situazione. Voi sarete disfatti e scacciati. – La sua voce era morbida, sommessa. – I popoli non amano essere conquistati e per questo non lo saranno. Gli uomini liberi non possono scatenare una guerra, ma una volta che questa sia cominciata possono continuare a combatterla nella sconfitta. Gli uomini-gregge, seguaci di un capo, non possono farlo, ed ecco perché sono sempre gli uomini-gregge che vincono le battaglie e gli uomini liberi che vincono le guerre. Vi accorgerete che è così”.

(John Steinbeck, “La luna è tramontata”)

“La luna è tramontata” fu scritto da Steinbeck nel 1942 e quindi è facile comprendere chi possano essere, nello specifico, i conquistatori descritti nella vicenda, che fa riferimento a un episodio della Resistenza norvegese, ma che in realtà travalica i confini della stessa per assurgere a simbolo dell’insopprimibile anelito verso la libertà di un popolo che decide di non lasciarsi soggiogare dagli invasori.

Un piccolo paese è invaso, anche grazie a un negoziante traditore, da un manipolo di soldati e dai loro ufficiali, che s’instaurano nell’abitazione del Sindaco, nell’intento di apparire, agli occhi della popolazione locale, come accettati dall’autorità o comunque di porsi in maniera non conflittuale. L’ordine ricevuto “dall’alto” è quello di sfruttare la miniera di carbone presente nella zona e per farlo bisogna servirsi dei minatori locali, dunque tenerli mansueti, sfruttarli senza scatenare rivolte. All’inizio tutto sembra procedere secondo i piani, ma un giorno un minatore, stufo di ricevere ordini da un invasore che egli non riconosce come legittimato a dargliene, si rivolta e uccide un soldato. La situazione diventa giorno dopo giorno più incandescente, sebbene ancora non vi siano palesi focolai di rivolta. I conquistatori si rendono conto, piuttosto, dell’odio, della rabbia che la gente del posto nutre nei loro confronti.

Steinbeck, facendo uso del suo stile spesso ironico, ci mostra anche le diversità di carattere dei diversi invasori, anch’essi uomini, quindi alle prese con le debolezze di chi, dopo tutto, anche in guerra sente il bisogno di trovare una ragazza o si accorge che la teoria bellica è tutt’altro rispetto alla pratica. Dall’altro lato, c’è la gente del popolo invaso, i minatori, la cuoca Annetta, il dottor Winter e il sindaco Orden, i quali non si prestano al vile gioco dei vincitori perché sanno che i loro concittadini, superata una prima fase di sbigottimento, si organizzeranno, cercheranno di comunicare con il mondo esterno a quel contesto, si batteranno per dimostrare all’aggressore che la libertà e la dignità umana non si barattano con nulla, e che loro, i presunti vincitori, non sono altro che “mosche che hanno conquistato la carta moschicida”.

Un romanzo che certamente non è paragonabile al capolavoro di Steinbeck, cioè “Furore”, ma che offre spunti interessanti che vanno oltre la specifica vicenda narrata, sui quali spunti, però, vi lascio a voi stessi, consapevole che non saprei trarne insegnamenti generali, considerando quanto l’essere umano è stato in grado di fare al suo simile nel corso dei millenni, magari proprio in nome di una parola meravigliosa e terribile come “libertà”.

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