Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Davanti alla sedia elettrica. Come Sacco e Vanzetti furono americanizzati.

“Le circostanze a volte gettano gli uomini in situazioni così drammatiche, spingono le loro esili figure sotto gli abbaglianti riflettori della storia al punto che essi, o le loro ombre, assumono il significato di simboli di prima grandezza. Sacco e Vanzetti rappresentano tutti quegli immigrati che hanno costruito l’industria di questa nazione, con il loro sudore e con il loro sangue, e per questo non hanno ricevuto nient’altro che il salario più basso possibile, e la condizione di schiavi sotto il tallone dell’ordine sociale controllato da uomini in divisa. Essi sono tutti i wops, gli hunkies, i bohunks*, tutta la carne da macello per la fabbrica che la fame porta in America attraverso quel triste setaccio che è Ellie Island. Sono i sogni di un ordine sociale più sano fatto da coloro che non accettano la legge della giungla. Questa minuscola aula di tribunale è il punto focale del tumulto, un’età di transizione, quel punto a cui guarda il mondo intero. Sulle pareti di quest’aula Sacco e Vanzetti proiettano le loro immense ombre”.

(John Dos Passos, “Davanti alla sedia elettrica. Come Sacco e Vanzetti furono americanizzati”)

Il 5 maggio 1920 Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, due immigrati italiani anarchici, furono arrestati dalle forze dell’ordine del Massachusetts con l’accusa di aver ucciso, nel corso di una rapina, un cassiere e una guardia giurata. Nel primo interrogatorio avvenuto dopo l’arresto, i due furono abbastanza reticenti nelle loro risposte, perché non sapevano di essere accusati di omicidio, ma ritenevano di essere stati vittime di un’ennesima retata contro i “Rossi”, cioè gli estremisti di sinistra malvisti all’epoca e in quel luogo. Addosso ai due, inoltre, oltre a due pistole, furono rinvenuti volantini che riguardavano l’organizzazione di una manifestazione di protesta per la morte di Andrea Salsedo, anch’esso anarchico e ritrovato morto sul marciapiede di New York sotto gli uffici del Dipartimento di Giustizia.

Il 14 luglio 1921, dopo un processo farsa dai contorni surreali, i due furono condannati a morte. Sette istanze successive furono respinte dagli organi di giustizia statunitense e il 23 agosto 1927 furono giustiziati sulla sedia elettrica, nonostante dai dibattimenti processuali non fosse emersa alcuna prova tangibile della loro colpevolezza. Nel 1977 l’allora governatore del Massachusetts, Michael Dukakis, a cinquant’anni dall’esecuzione di Sacco e Vanzetti, proclamò una giornata in loro memoria. Sulla vicenda dei due sono stati scritti molti libri e c’è anche un film di Giuliano Montaldo, interpretato da Gian Maria Volonté e Riccardo Cucciola, che consiglio a chi volesse saperne di più su questa triste storia d’ingiustizia o quanto meno di pregiudizio ideologico e razziale.

Ben presto, all’epoca dei fatti, dapprima negli Stati Uniti e poi anche in Europa, si diffuse un movimento in difesa di Sacco e Vanzetti, composto da semplici cittadini di ogni parte del mondo e da intellettuali, quali ad esempio Thomas Mann, Anatole France, Albert Einstein, Romain Rolland. L’intento era quello di sottrarre i due a una condanna che non aveva alcun solido fondamento giuridico e fattuale, ma affondava piuttosto le radici nell’intento punitivo verso due italiani, immigrati, anarchici e “Rossi”, che avevano attivamente partecipato ad attività sindacali e per giunta avevano disertato la chiamata alle armi per la prima guerra mondiale, fuggendo in Messico.

Tra gli scrittori che s’interessarono al caso vi fu anche John Dos Passos, il quale, nel 1926, compose “Facing the chair. Story of the Americanization of Two Foreign Workmen”, questo il titolo originale dell’opera. Dos Passos scrive dopo che sono state rigettate sei istanze di revisione del processo e poco prima che sia rigettata l’ultima. Nel suo libro sono riportati molti atti del processo, stralci dei verbali, testimonianze, ricostruzioni, dalle quali emerge il clima nel quale si svolse il tutto, l’assurdo modo di procedere del Procuratore e una generale prevenzione verso due soggetti che andavano puniti a prescindere dalla loro reale colpevolezza. I tecnicismi legulei della Corte, i miseri e falliti tentativi di carpire informazioni da Sacco attraverso un falso detenuto posto nella cella accanto alla sua, gli appelli più nazionalisti che giuridici dell’accusa, le testimonianze che sarebbero risibili nella loro inattendibilità se non avessero portato a una tragica fine, le numerose affermazioni di testi che scagionavano i due, dimostrando come nel momento del delitto si trovavano da tutt’altra parte, impegnati nel loro lavoro, tutto ciò è riportato da Dos Passos con dovizia di cronista e penna di poeta. L’autore, inoltre, ci mostra anche il clima più generale che si viveva in quegli anni nel Massachusetts, con l’eco della rivoluzione bolscevica russa che rendeva facile manipolare l’opinione pubblica attraverso giornali inclini a fomentare l’odio verso il nemico “esterno”. Molto toccante anche la breve descrizione dell’incontro che lo scrittore ebbe con i due, detenuti presso carceri diversi e provati dalla loro condizione.

Consiglio questo libro, dunque, a chi volesse saperne di più su questa vicenda drammatica che, per quanto ancora oscura in molti punti, può essere ritenuta sempre attuale e fungere da monito ogni qual volta ci si renda conto che si sta tentando di punire qualcuno non per ciò che ha effettivamente fatto ma per ciò che “si ritiene potrebbe fare” in virtù di eventuali opinioni non omologate al pensiero della massa dominante.

Vi lascio con una poesia che Dos Passos scrisse quando l’esecuzione di Sacco e Vanzetti era già avvenuta, nonché con la ballata composta da Joan Baez ed Ennio Morricone.

Questa non è una poesia

Sono due uomini in grigie casacche di detenuti.

Un uomo siede guardandosi la carne malata delle mani

                                               – mani che non hanno lavorato per sette anni.

Ma tu lo sai quant’è lungo un anno?

Lo sai quante ore ci sono in un giorno

quando il giorno è ventitré ore su una branda in una cella

in una cella in una fila di celle in un braccio di file di celle

tutte vuote del soffocante vuoto di sogni?

Tu li conosci i sogni di uomini in carcere?

Ora sono morti

I neri automi hanno vinto.

Loro sono completamente bruciati.

Le loro carni sono passate nell’aria del Massachusetts

                                                               i loro sogni sono passati nel vento

“Ora sono morti”, dà di gomito la segretaria

                                                               del governatore al governatore

“Ora sono morti”, dà di gomito il giudice della Corte d’Appello

                                                               al giudice della Corte Suprema

“Ora sono morti”, dà di gomito il rettore dell’università

                                                               al rettore dell’università

Una risata secca sale da tutti i morti,

morti in colletto bianco, morti in cappello da seta;

morti in mantello.

Salgono e scendono dalle automobili

respirano a fondo con sollievo

mentre vanno su e giù per le strade di Boston.

Essi sono liberi dai sogni

Dai sudici panni del carcere

Le loro voci esplodono in mille linguaggi

cantando una canzone

da far scoppiare i timpani al Massachusetts.

Scrivici su una poesia se te la senti!

(John Dos Passos, “They Are Dead Now”, in “New Masses”, ottobre 1927)

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