Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Il tempo è un bastardo

“Dopo un po’, mi sono reso conto che Bennie si era avvicinato. – Di musica ne fai ancora, Scotty? – mi ha chiesto con gentilezza.

– Ci provo, – ho risposto. – Di solito da solo, per essere più libero. – Sono riuscito ad aprire gli occhi, ma non a guardarlo.

– Eri un chitarrista pazzesco, – ha detto lui. Poi mi ha chiesto: – Sei sposato?

– Divorziato. Da Alice.

– Lo so, – ha detto lui. – Dicevo se ti eri risposato.

– È durata quattro anni.

– Mi spiace, bello.

– Meglio così, – ho detto io. Poi mi sono voltato a guardare Bennie. Era in piedi con la schiena rivolta alla finestra, e mi sono chiesto se ogni tanto si preoccupasse di guardare fuori, se per lui il fatto di avere tutta quella bellezza così a portata di mano significasse qualcosa. – E tu?, – gli ho chiesto.

– Sposato. Con un figlio di tre mesi.

A quel punto ha sorriso, un sorriso sfuggente, imbarazzato al pensiero di quel bimbo piccolo, come se sapesse di non meritare tanto. E dietro il sorriso di Bennie c’era ancora la paura: che fossi andato a stanarlo per portargli via quei doni che la vita gli aveva fatto piovere addosso, spazzandoli via nel giro di pochi, enfatici secondi. Per poco non mi piegavo in due a ridere: Ehi, bello, ma non capisci? Tu non hai niente che non abbia anch’io! Sono solo X e O, e quelle ci si può arrivare in un milione di modi diversi. Ma due pensieri mi hanno distratto, mentre stavo lì ad annusare la paura di Bennie: (1) Io non avevo quel che aveva lui. (2) Aveva ragione…

(Jennifer Egan, “Il tempo è un bastardo”,ed. Minimum fax)

Non ricordo quando e come venni a conoscenza di “Il tempo è un bastardo”, ma adesso che l’ho finito posso affermare che sono contento che ciò sia accaduto. Il libro della Egan è di difficile classificazione, ma siccome le classificazioni sono, il più delle volte, semplificazioni di una realtà più complessa, eviterò di interrogarmi su quale sia la parola più adatta a definire quest’opera che è un romanzo, ma non lo è, che ha in sé racconti che sono leggibili l’uno indipendentemente dall’altro, ma che pure s’intrecciano tra loro per il ricorrere di personaggi, che ritroviamo in diverse epoche della loro esistenza, il tutto senza che si segua un filo logico-temporale che vada dalla prima all’ultima pagina del libro.

Se siete amanti solo del romanzo che segue un criterio cronologico lineare, se non vi piacciono tanto le complicazioni derivanti dai continui salti all’indietro o in avanti nel tempo, se non sopportate che il narratore a volte sia onnisciente ed esterno alla storia, altre interno, altre volte ancora sia un personaggio, allora “Il tempo è un bastardo” non fa per voi. Se, invece, queste caratteristiche non vi spaventano e siete in cerca di un libro che sia divertente e al tempo stesso toccante, allora correte in libreria o in biblioteca, perché Jennifer Egan sarà, come lo è stata per me, una piacevole scoperta.

Il titolo italianizzato (l’originale è “A visit from the Goon Squad”) fa riferimento a quella che certamente è una componente fondamentale dell’opera, cioè il Tempo, questo sconosciuto e indefinibile attore che così tanto muta le nostre esistenze. Non è un caso che ad aprire il libro ci sia una citazione tratta da colui che sul Tempo perduto e ritrovato ha costruito un’immensa e meravigliosa cattedrale letteraria, cioè Marcel Proust. Come scritto, i racconti potrebbero essere letti anche l’uno indipendentemente dall’altro, e la stessa Egan, nell’intervista concessa a Rai Letteratura che ho riportato in avvio di articolo, spiega come non ci si debba affannare alla ricerca ossessiva di legami tra una storia e l’altra, che pure vi sono, come il lettore noterà ritrovando gli stessi personaggi a distanza di anni e nuove faccende impelagati.

Il Tempo è un bastardo perché cancella esperienze comuni, ma non lo fa in maniera definitiva. Basta una scintilla e la nostra mente ritorna lì, a venti anni prima, a quel giorno che sembrava prometterci un’esistenza diversa e che adesso ci sembra di aver tradito, perché, per nostra colpa o per chissà quale altro motivo, non siamo riusciti a dare consistenza a quei sogni coltivati. I personaggi delle storie narrate dalla Egan sono diversi ed è quasi impossibile voler trovare uno o più protagonisti principale. Certo, ci sono Bennie e Sasha, il primo un ex punk che si è riciclato come produttore discografico, la seconda sua ex collaboratrice con un passato piuttosto ambiguo e la mania di rubare oggetti qua e là. Loro due sono tra i più presenti, ma la Egan parte da loro per portarci, avanti e indietro nel tempo, nelle vite di cantanti falliti, giornalisti in cerca di scoop, adolescenti e non solo alle prese con i moderni social network, generali guerrafondai che cercano di rifarsi una verginità con la collaborazione di attricette in cerca di dieci minuti di notorietà, gruppi di amici caratterizzati dalla dinamica “A ama B, B ama C, C ama D, D ama E” e tutta una serie di esistenze che si sfiorano, lambiscono, si perdono di vista salvo poi ritrovarsi dopo tanti anni, alla disperata ricerca di una rivincita contro quel bastardo che si chiama Tempo, un nemico inafferrabile che non è neanche detto che sia così tanto nemico.

Nell’intervista che ho riportato, la Egan spiega la genesi del suo libro, affermando che tutto nacque dalla prima breve storia che aveva in mente, riguardante Sasha, e come in seguito la sua attenzione sia stata attratta da un altro personaggio che le si fece incontro e così di seguito; da lì l’idea di scrivere storie connesse ma indipendenti, addirittura scritte con stili diversi e in collisione tra loro. Chiudo, però, sottolineando la parte finale della sua intervista, che mi trova pienamente d’accordo. Di fronte alla perplessità di diversi lettori, i quali cercavano a tutti i costi di ricostruire una trama complessiva, la Egan suggerisce, e io sono d’accordo con lei, di abbandonare questa pretesa e di lasciarsi prendere dalla lettura, di divertirsi e/o commuoversi seguendo le avventure dei diversi personaggi, senza aspettarci la rivelazione su ciò che sarà accaduto loro una volta che avremo finito il libro.

“…Allora ho pensato a Alice. È una cosa che non mi concedevo di fare quasi mai: pensarla e basta, anziché pensare di non pensarla, cosa che invece facevo quasi sempre. Il pensiero di Alice mi è scoppiato dentro, e ho lasciato che si allargasse finché non ho visto i suoi capelli al sole – oro, i suoi capelli erano oro – e ho sentito il profumo di quegli oli che si metteva sui polsi come contagocce. Patchouli? Muschio? I nomi non me li ricordavo. Ho visto la sua faccia quando dentro c’era ancora tutto l’amore, e niente abbia, né paura, nessuna delle brutte cose che avevo imparato a farle sentire. Entra, diceva la sua faccia, e io l’avevo fatto. Per un attimo, le ero entrato dentro.

Ho guardato la città sotto di me. Tutto quel ben di Dio sembrava sprecato, come petrolio versato a piene mani, o qualcos’altro di prezioso che Bennie teneva solo per sé, consumandolo fino all’ultimo perché nessun altro potesse averlo. Ho pensato: Se io ogni giorno avessi una vista del genere da guardare, avrei l’energia e l’ispirazione per conquistate il mondo. Ma il problema è proprio che, quando più avresti bisogno di una vista come quella, nessuno te la dà.

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