Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

I racconti di Malá Strana

“Una cosa del genere sicuramente non la vedrò mai più! Il signor presidente è arrivato nel nostro reparto in cerca d’un qualche atto. Salì di persona con un piede sulla scala e quando poi lo tolse lo mise sul piede del signor Hlaváček. Questo vecchio asino per rispetto non volle dirgli che gli stava sul piede. Mi pareva un secondo Laocoonte; nel suo viso c’era un immenso dolore, ma nonostante questo non ne spariva il doveroso sorriso accademico del piccolo impiegato. Finalmente il signor presidente s’accorse che qualcuno gli stava dietro; volle sgridare il maleducato, ma notò che non aveva sotto di sé un lembo del pacco degli atti, bensì un estraneo piede servile. – Oh, pardon! – disse con un amabile sorriso. E il signor Hlaváček sorridendo nel suo grande dolore se n’andò zoppicante verso la sua scrivania, vero esempio di plastica nobile e commovente. Gli altri certamente lo invidiavano. Chissà quando gli gioverà?”

(Jan Neruda, “I racconti di Malá Strana”, ed. Utet)

Il “senso” di quest’articolo è che, talvolta, l’ignoranza si rivela essere fonte di una sorpresa gradevole. Nello specifico, aggirandomi nel reparto di letteratura russa della biblioteca del mio paese, ho notato, nel settore vicino, che ospita autori slavi, ungheresi, cechi e altri, la presenza di un libro di Neruda. L’ignoranza, che non è mai abbastanza, mi ha indotto a pensare al poeta cileno Pablo Neruda, quindi a un errore nella disposizione del libro all’interno degli scaffali. Se fossi stato qualche volta a Praga in veste di turista, progetto che rimando da anni per vari motivi, forse avrei potuto, oltre che visitare Kafka, anche camminare per il quartiere di Malá Strana e non incappare così nell’errore. “I racconti di Malá Strana” sono, infatti, di Jan Neruda, giornalista, scrittore e poeta ceco. Pablo Neruda, però, non è estraneo a questa vicenda; siccome l’ignoranza di cui sopra non ha mai limiti, ho scoperto solo adesso che Pablo Neruda è uno pseudonimo, prescelto proprio in onore di Jan Neruda.

Premesso quanto sopra, a complemento del ragionamento devo dire che l’occasione è stata propizia per scoprire un autore che non conoscere e apprezzare i suoi racconti. Il titolo della raccolta è indicativo circa l’argomento degli stessi. Neruda visse in quel quartiere, all’epoca abbastanza disagiato, fino ai trentacinque anni, convivendo con la madre e il padre in condizioni di povertà, che pure non impedirono ai genitori di assicurargli un’istruzione universitaria, iniziata nella facoltà di Legge, poi abbandonata per Filosofia. Costretto a lavorare come giornalista per assicurarsi la sussistenza giornaliera, Neruda sfogò la sua vocazione letteraria con raccolte di poesie poco apprezzare e più tardi con i racconti, fino al componimento di quella che è ritenuta la sua opera migliore, per l’appunto “I racconti di Malá Strana”. Cresciuto “a cavallo” dei moti rivoluzionari del 1848, all’inizio repressi dall’impero asburgico, Neruda nei suoi scritti volge lo sguardo alla realtà più umile e agli avvenimenti che egli stesso aveva potuto osservare vivendo in un quartiere disagiato. Il suo atteggiamento, almeno da quel che ho potuto cogliere nei racconti letti, non sfocia mai in un pietismo melenso o, al contrario, in una derisione delle debolezze umane. Neruda, proprio perché compartecipe della condizione di disagio, ma animato da uno spirito lirico, riesce a narrarci le piccole miserie quotidiane con un’ironia sottile e mai feroce, salvo che nell’ultimo, “Macchiette”, peraltro uno dei migliori, nel quale è percepibile, oltre alla consueta ironia, una certa rabbia, forse quella di chi si accorge tardivamente di aver sprecato gli anni più fertili della propria esistenza, confinato in un luogo che propone sempre le stesse dinamiche, gli stessi personaggi.

Nei racconti ritroviamo i luoghi della Praga che Neruda aveva vissuto, per esempio la via Ostruhová, quella che conduce al castello di kafkiana memoria (almeno così leggo), poi denominata Nerudova in onore dello scrittore, ma soprattutto i diversi personaggi che animano l’esistenza di molti agglomerati umani. Troviamo, quindi, il giovane aspirante scrittore, nel quale non possiamo che riconoscere l’autore stesso, gli innamorati con le loro strategie sentimentali risibili solo per chi non è esso stesso innamorato, l’ipocrisia dei piccoli impiegati, burocrati dediti a una “ginnastica del riso” di fronte ai superiori potenti, due soggetti che frequentano un locale esclusivo e irraggiungibile per il resto degli abitanti, ma che non si parlano sebbene stiano da anni a pochi metri di distanza l’uno dall’altro, storie tragiche come quella di un mendicante al quale nessuno regala nulla perché ritenuto erroneamente possidente, oppure la tragicomica vecchietta arzilla che si reca a tutti i funerali per seminare zizzania tra i partecipanti, o infine dei ragazzini che progettano di invadere, in quattro, l’Austria.

Per concludere, oltre che consigliarvi Jan Neruda e i suoi racconti, aggiungo, al mai realizzato progetto Praga – Kafka, una tappa nei luoghi di Neruda.  

“La signorina Schlegl, all’epoca di cui sto parlando, poteva avere vent’anni. La conoscevo; veniva spesso al piano sopra di noi a trovare Poldýnka, la figlia del capitano, quella che sulla strada inciampava ogni venti passi. Si diceva che la signorina Schlegl fosse una donna molto bella. È possibile, ma tutt’al più solo per un architetto. In lei tutto era al posto giusto, dappertutto le misure più regolari, e ogni cosa aveva il suo perché. Ma per uno che non fosse architetto…una vera disperazione. Il suo viso si muoveva poco, proprio come la facciata di un palazzo. I suoi occhi brillavano di una luce insignificante, esattamente come una finestra lavata da poco. La sua bocca, del resto carina come un piccolo arabesco, s’apriva piano come un portone, e dopo, o rimaneva completamente aperta oppure si chiudeva con uguale lentezza. Oltre a questo, aveva anche una carnagione chiara, imbiancata come di fresco. È possibile che, se ancora viva, non sia più così bella, ma che sia diventata però graziosa; simili edifici sono più aggraziati quando invecchiano”.

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