Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

La coscienza di Zeno

“Grazie del romanzo con la dedica. Ne ho due esemplari anzi, avendo già ordinato uno a Trieste. Sto leggendolo con molto piacere. Perché si dispera? Deve sapere ch’è di gran lunga il suo migliore libro”

(James Joyce, lettera a Italo Svevo)

“La verità è che l’arte di Italo Svevo, che ha i suoi difetti ma non è mediocre mai, imponeva un esame di coscienza troppo imperativo alla mediocrità costitutiva del nostro ambiente letterario. In quest’ambiente, regolato già da una scala di valori mutevoli e stiracchiabile come una fisarmonica, l’autenticità e l’impegno di Schmitz stonavano e offendevano come segni d’altri tempi. Si preferì ignorarlo, metterlo in forse, rimproverargli la propria razza, correggergli la grammatica: l’unica cosa che alcuni (non tutti né molti) dei nostri scrittori ‘ufficiali’ potessero forse insegnargli”

(Eugenio Montale, articolo su “La fiera letteraria” del 23 settembre 1928)

Ho scelto di iniziare la stesura di queste mie impressioni su “La coscienza” di Zeno con le frasi di Joyce e Montale perché i due furono tra i primi a intuire la valenza letteraria all’opera di Italo Svevo (Ettore Schmitz). Joyce conobbe Svevo a Trieste, fu il suo insegnante d’inglese, tra i due nacque un’amicizia e fu proprio il grande scrittore irlandese a incoraggiare l’italiano a non demordere dai tentativi letterari e a promuovere presso circoli letterari esteri il terzo romanzo di Svevo, pubblicato a distanza di molti anni dai precedenti (“Una vita” e “Senilità”), che non avevano riscosso successo. Montale, invece, scrisse alcuni articoli su Svevo, segnalandone, come nel passaggio sopra riportato, l’originalità nel contesto italiano, a prescindere da eventuali limiti riguardanti l’uso della lingua da parte di Svevo.

Lessi “La coscienza di Zeno” tanti anni fa, credo avessi sedici o diciassette anni, mi piacque e rappresentò anche l’abbrivio a un certo ‘genere’ (e uso questa parola con la piena colpevolezza che è inappropriata, ma è per intendersi) di letteratura, più precisamente introducendomi a romanzi che non si limitassero a galleggiare in superficie ma che avevano l’ardire di scandagliare più a fondo l’uomo. All’epoca non avevo letto, per esempio, i romanzi di Dostoevskij, perciò Svevo fu una svolta rispetto a ciò che leggevo precedentemente. Ho deciso di rileggerlo a distanza di tanti anni per scoprire se e com’era mutata la mia percezione del romanzo.

Inutile dire che ho colto molti riferimenti che quasi due decenni fa non avrei potuto scorgere. Il più palese, per ovvi motivi, è quello a Freud. Il romanzo, per chi non lo sapesse, è una confessione scritta di un paziente, Zeno Cosini, preceduta dalla nota introduttiva del medico che l’ha tenuto in cura per la nevrosi. Il dottore destinatario delle memorie di Zeno non è citato quasi mai, ma sappiamo che si chiama S., il che è un evidente sintomo che paziente e dottore sono la stessa persona, cioè Svevo stesso. Gli elementi autobiografici nel romanzo sono fin troppo espliciti e basta leggere una qualunque scheda biografica sull’autore e poi il romanzo per rendersene conto, inutile fare qui l’elenco delle corrispondenze.

Ho detto che è un libro sulle nevrosi di un uomo, ma non solo. Il romanzo, scritto a cavallo tra le due guerre mondiali, rispecchia anche uno sbandamento di carattere collettivo peculiare di quell’epoca “di mezzo”, e che sotto il profilo letterario fu particolarmente feconda, basti pensare a Joyce, Proust, Musil, Kafka. Questi autori non li ho citati a caso e solo perché (chi più chi meno) contemporanei di Svevo, quanto perché, con le dovute differenze e le cautele del caso, posso affermare che ‘echi’ di tali autori sono rinvenibili anche ne “La coscienza di Zeno”. Sia chiaro, non sto affermando che Svevo ha scritto questo romanzo dopo aver letto quegli autori (o viceversa), ma che a me, da lettore odierno e temporalmente distante, le letture di questi autori lasciano un ‘sentire’ in qualche modo comune. Per esempio, mentre leggevo “La coscienza di Zeno” non ho potuto non pensare, oltre che alla psicanalisi freudiana, al flusso di coscienze dell’Ulisse di Joyce, pure a mio parere opera incommensurabile, al concetto di colpa kafkiano, alla memoria involontaria di Proust, sia pure, lo ribadisco, a ‘livelli’ diversi di profondità.

Zeno Cosini non è un personaggio che m’ispira simpatia, è doveroso premetterlo. Non solo perché denuda anche alcune mie debolezze, ma anche perché taluni suoi ragionamenti non li condivido, specie nella parte di ricordi dedicata ai suoi rapporti con la moglie e l’amante. D’altro canto, però, le sue bassezze, le sue debolezze, la sua incapacità di rapportarsi agli altri, la sua viltà di fondo attutiscono le sue spigolosità e me lo fanno sentire più vicino rispetto ai protagonisti di altri romanzi che pure ho adorato. Zeno Cosini non ha la terribile maestosità di uno Stavrogin, non assurge nemmeno a simbolo come i vari K. di Kafka, perché tutte le sue azioni, i suoi pensieri mancano di presa, egli non porta mai le sue scelte a conseguenze fatali o definitive, come gli (anti)eroi sopra citati (specie quelli ‘dostoevskiani’), ma resta sempre in un limbo decisionale che lo spinge a fare e disfare in continuazione. Zeno decide di fumarsi un’ultima sigaretta che non sarà mai tale, Zeno cambia facoltà di studi, Zeno è convinto di avere una soluzione per la crisi aziendale ma aspetta che gli altri gli diano conforto, Zeno si sposa con una donna quasi per ‘noia’, per essere stato rifiutato dalle sorelle della stessa, è in continua ricerca di alibi precostituiti che lo assolvano davanti a se stesso, perché Zeno si giudica, non è l’inetto che sorvola su tutto, questo sia chiaro.

Il romanzo è, come detto, una lunga confessione – ricordo del narratore, che rievoca gli eventi della propria vita suddividendoli in sezioni riguardanti il rapporto con il fumo, la morte del padre, il matrimonio, l’amante, il commercio. Devo dire che in alcuni tratti la rilettura mi è risultata pesante, ma nel complesso il romanzo mi è piaciuto, perché di fondo c’è un umorismo ‘nero’ che stempera anche quella sensazione di già letto che talvolta si può avere, il che penso sia anche inevitabile in un romanzo che, sin dal titolo, ci avverte che in primo piano non saranno tanto gli avvenimenti in sé, ma piuttosto la coscienza che il protagonista ha, a posteriori, degli eventi stessi.

A chiusura di queste impressioni, non posso che rimarcare il finale del romanzo, per niente consolatorio e che non svelo, lasciando al lettore la gioia (o l’amarezza) di scoprire cosa aveva presentito l’autore circa un secolo fa.

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5 pensieri su “La coscienza di Zeno

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