Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Le città invisibili

Sto leggendo “Le città invisibili” di Italo Calvino. L’inizio non mi ha entusiasmato, ma poi è stato un crescendo e spero che continui così. Non so se scriverò un altro articolo sul libro quando lo avrò finito (adesso sono a circa un terzo; magari modificherò questo, oppure no, non so e non conta molto) e, nel dubbio, prima di presentarvi un passaggio che mi è piaciuto molto, accenno sin d’ora alla trama, che poi non è tale nel senso classico della parola. Il libro è composto da differenti descrizioni di città immaginarie; Calvino si serve di Marco Polo, il quale racconta i suoi viaggi in queste città. Ad ascoltarlo c’è l’imperatore Kublai Kan, malinconico perché consapevole del vuoto che c’è dietro le sue conquiste.

Il libro è suddiviso in nove capitoli, all’interno dei quali c’è un’ulteriore suddivisione secondo le macro-tipologie di città. Troviamo così “La città e la memoria, “La città e il desiderio”, “La città e i segni”, Le città sottili”, “Le città e i segni”, “Le città e gli scambi”, etc, etc. Il lettore potrà, volendo, anche seguire un percorso diverso da quello ordinario, questo perché le singole descrizioni sono indipendenti l’una dall’altra, pur se i diversi temi si ripetono. In ogni caso, pur non potendo ancora esprimere un parere complessivo sul libro, pubblico il brano sottostante.

“A Cloe, grande città, le persone che passano per le vie non si conoscono. Al vedersi immaginano mille cose uno dell’altro, gli incontri che potrebbero avvenire tra loro, le conversazioni, le sorprese, le carezze, i morsi. Ma nessuno saluta nessuno, gli sguardi s’incrociano per un secondo e poi si sfuggono, cercano altri sguardi, non si fermano.

Passa una ragazza che fa girare un parasole appoggiato sulla spalla, e anche un poco il tondo delle anche. Passa una donna nerovestita che dimostra tutti i suoi anni, con gli occhi inquieti sotto il velo e le labbra tremanti. Passa un gigante tatuato; un uomo giovane coi capelli bianchi; una nana; due gemelle vestite di corallo. Qualcosa corre tra loro, uno scambiarsi di sguardi come linee che collegano una figura all’altra e disegnano frecce, stelle, triangoli, finché tutte le combinazioni in un attimo sono esaurite, e altri personaggi entrano in scena: un cieco con un ghepardo alla catena, una cortigiana col ventaglio di piume di struzzo, un efebo, una donna-cannone. Così tra chi per caso si trova insieme a ripararsi dalla pioggia sotto il portico, o si accalca sotto un tendone del bazar, o sosta ad ascoltare la banda in piazza, si consumano incontri, seduzioni, amplessi, orge, senza che ci si scambi una parola, senza che ci si sfiori con un dito, quasi senza alzare gli occhi.

Una vibrazione lussuriosa muove continuamente Cloe, la più casta delle città. Se uomini e donne cominciassero a vivere i loro effimeri sogni, ogni fantasma diventerebbe una persona con cui cominciare una storia d’inseguimenti, di finzioni, di malintesi, d’urti, di oppressioni, e la giostra delle fantasie si fermerebbe.”

(Italo Calvino, “Le città invisibili”)

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