Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“La nuvola di smog” – “La formica argentina”

LA NUVOLA DI SMOG

“Come dirle che rispondevo da un luogo pieno di polvere, che i listelli della persiana erano coperti di una nera crosta sabbiosa, che sui miei colletti c’era l’orma di un gatto, e che quello era l’unico mondo possibile per me, era l’unico mondo possibile al mondo, e il suo, di mondo, soltanto per un’illusione ottica poteva apparirmi esistente? Non mi sarebbe neanche stata a sentire, era troppo abituata a vedere tutto dall’alto e le circostanze meschine di cui era intessuta la mia vita era naturale le sfuggissero. Tutti i suoi rapporti con me di cos’altro erano frutto se non di questa sua superiore distrazione, per cui non era mai riuscita a rendersi conto che io ero un modesto pubblicista di provincia, senz’avvenire e senza ambizioni, e continuava a trattarmi come facessi parte dell’alta società di nobili, ricconi e artisti in cui s’era sempre mossa e nella quale, per un caso come ne succedono ai bagni, le ero stato presentato, un’estate. Rendersene conto non voleva, perché sarebbe stato riconoscere d’essersi sbagliata: così continuava ad attribuirmi doti, autorità e gusti che ero ben lontano dall’avere; ma in fondo chi io fossi veramente era una questione di dettaglio, e lei per una questione di dettaglio non voleva essere smentita”.

(Italo Calvino, “La nuvola di smog”, ed. Oscar Mondadori)

“La nuvola di smog” è un racconto lungo (o romanzo breve) sul rapporto con il grigiore del protagonista e di quelli che lo circondano. L’uomo giunge in una città per lavorare come redattore presso “La Purificazione”, giornale che funge da voce per un ente che dovrebbe occuparsi della purificazione dell’atmosfera, ma che ha, come capo, un ingegnere ambiguo, all’apparenza efficiente, ma circondato dalla polvere materiale del suo ufficio e da quella metaforica dei suoi atteggiamenti. Il protagonista e narratore della storia abita nel grigiore ed è abitato dal grigiore. La polvere e lo smog sono richiamati a più riprese da Calvino, proprio a rappresentarci i dubbi, la caoticità, le nebulose prospettive nel quale il protagonista si muove. Non ha desiderio di stabilità, si muove nel provvisorio, cerca il grigio all’esterno per non guardare quello interiore, scrive articoli su temi che non gli interessano, per il solo motivo di conservare la propria posizione, ascolta voci confuse dalla sua stanza d’affitto, sita sopra un pub, e solo agli occhi di Claudia, la sua donna, egli appare altro da quello che realmente è. Attorno a lui, le altre figure del racconto affrontano, a loro volta, il loro grigiore, la loro nuvola di smog, parte della nuvola più grande nella quale tutti si muovono ciechi.

LA FORMICA ARGENTINA

“Seguii le file delle formiche giù per il tronco, e m’accorsi che quel brulicare silenzioso e quasi invisibile continuava per terra, in tutte le direzioni, tra l’erbaccia. Pensavo: come potremo mia cacciare le formiche di casa? Su questo appezzamento di terra – che ieri m’era sembrato tanto piccolo, ma ora guardandolo in rapporto alle formiche m’appariva grandissimo, – si stendeva un velo ininterrotto di quegli insetti, scaturiti certo da migliaia di formicai sotterranei, e nutriti dalla natura appiccicosa e mielosa del suolo e della bassa vegetazione; e dovunque guardassi – per quanto a una prima occhiata non m’apparisse nulla, e già ne provassi sollievo -, poi aguzzando lo sguardo scorgevo una formica avvicinarsi e scoprivo che faceva parte d’un lungo corteo e che s’incrociava con altre, spesso reggendo briciole o frammenti di materia minuscoli ma pur sempre più grossi di loro, e in certi punti, dove – pensavo – s’era aggrumato qualche succo di pianta o qualche resto animale, c’era una corona di formiche assiepate, quasi saldate assieme come l’escara di una piccola ferita”.

(Italo Calvino, “La formica argentina”, ed. Oscar Mondadori) 

“La formica argentina” è un racconto più breve, scritto alcuni anni prima, nel 1952, e poi edito anche assieme a “La nuvola di smog”, per affinità strutturale e morale, a dire dello stesso autore. Calvino, peraltro, in una lettera del 1984, scrive: “La formica argentina non è onirico – kafkiana come hanno sempre detto tutti i critici. È il racconto più realistico che io abbia scritto in vita mia; descrive con assoluta esattezza la situazione della invasione delle formiche argentine nelle coltivazioni a San Remo e in buona parte della Riviera di Ponente all’epoca della mia infanzia, anni Venti e anni Trenta”. La storia è molto semplice. Una coppia si trasferisce, assieme al loro figlioletto, in una casa di campagna. Subito si accorgono di avere la casa e il giardino invasi da formiche, che si diramano dappertutto e rendono impossibile l’esistenza. Nonostante l’avvertenza di Calvino che ho riportato, è stato difficile, per me, resistere alla tentazione di dare alla vicenda un’interpretazione meno realistica e più metaforica. Le infinite diramazioni delle formiche, l’inutilità dei rimedi, anche chimici, con cui i vicini consigliano di combatterle, l’assurdità di quella lotta contro un nemico sfuggente, si prestano a essere lette in chiave ulteriore. Del resto, a un certo punto lo stesso protagonista paragona le formiche alla nebbia, cioè un nemico impalpabile, non palese, sfuggente, più pericoloso proprio per queste sue caratteristiche.

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