Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Suite francese

“Qua e là, davanti ai palazzi di boulevard Delessert si vedeva un gruppo gesticolante di donne, vecchi e bambini che si sforzavano, dapprima con calma, poi febbrilmente, quindi con un’eccitazione morbosa e folle, di far entrare familiari e bagagli in una Renault, in una berlina, in una spider. Nessuna luce alle finestre. Cominciavano a spuntar le stelle – stelle di primavera dal riflesso argentato. Parigi aveva il suo profumo più dolce, quello degli ippocastani in fiore e delle essenze volatili miste a granelli di polvere che scricchiolano sotto i denti come grani di pepe. Nell’ombra, il pericolo cresceva. Nell’aria, nel silenzio, si respirava l’angoscia. Neanche le persone più fredde, quelle genericamente più tranquille, potevano evitare quella confusa e mortale apprensione. Ciascuno guardava la sua casa con una stretta al cuore e pensava: “Domani sarà distrutta, domani non avrò più niente. Non abbiamo fatto del male a nessuno. Perché?” E contemporaneamente si sentiva sopraffatto da un’ondata di indifferenza: “Che importa! Sono solo pietre, legno, materia inerte! L’essenziale è salvare la pelle!”. Chi pensava alla tragedia della patria? Non loro, non quelli che partono stasera. Il panico annullava tutto ciò che non era istinto, impulso animale, fremito della carne. Afferrare quanto si aveva di più prezioso al mondo e poi…! E, quella notte, solo ciò che viveva. ciò che respirava, piangeva, amava, valeva qualcosa! Erano pochi coloro che pensavano con rimpianto alle ricchezze perdute: l’importante era stringere fra le braccia una moglie o un figlio. Il resto non contava, il resto poteva sprofondare pure tra le fiamme”.

(Irène Némirovsky, “Suite francese”, ed. Adelphi)

Su Irène Némirovsky avevo letto, ormai diverso tempo fa, opinioni molto discordanti, entusiastiche o trancianti. Nulla di nuovo, considerando che “de gustibus…”; alla prova diretta, io stesso ero rimasto dapprima colpito molto favorevolmente dal racconto “Il ballo”, poi un po’ deluso dalla successiva lettura, cioè “Due”. “Suite francese” ha spazzato via i dubbi che avevo quando l’ho preso, e lo ha fatto subito; dopo poche pagine, mi sono reso conto di trovarmi di fronte a un romanzo eccellente. In verità, “Suite francese” raccoglie due romanzi diversi, scritti dall’autrice tra il 1941 e il 1942, e che dovevano far parte, assieme ad altri, di un più ampio progetto, purtroppo stroncato dalla morte della scrittrice, finita ad Auschwitz nel 1942. Pur nel rammarico dovuto all’incompletezza del piano originario, bisogna dire che “Temporale di giugno” e “Dolce” sono due grandi romanzi.

“Temporale di giugno” inizia con la città di Parigi che sta per essere assediata dai nazisti e con la conseguente fuga di diversi personaggi, che la Némirovsky ci rappresenta con tutto il loro carico di paure, cinismi, meschinità, solidarietà e odi reciproci, indifferenza e angoscia. I tedeschi-nazisti, che pure sono la causa di tutto il romanzo, non appaiono quasi mai sulla scena, e la loro invasione funge da detonatore rispetto agli atteggiamenti dei singoli protagonisti del romanzo. La Némirovsky non indulge a pietismi o romanticherie, non vuole strapparci facili lacrime mostrandoci le vittime dell’orrore, o almeno non lo fa direttamente. Con il suo stile spesso sarcastico, l’autrice mette a nudo le piccolezze di chi, indipendentemente dalla guerra incombente, sarebbe già un perfetto esempio di egoismo, di vanità. Emblematico, in tal senso, è la figura del vanesio scrittore Gabriel Corte, ricco, chiuso nella sua bolla egocentrica, preoccupato soltanto che l’Arte possa essere ferita dalla guerra, e più in particolare che i suoi manoscritti possano andare perduti; chiuso nella sua suite lussuosa, lo scrittore vorrebbe non essere involgarito dal contatto con la plebe, ma anche a lui toccherà fare i conti con la realtà bruta.

L’autrice ci presenta diversi protagonisti, con una serie di quadri che sono indipendenti l’uno dall’altro, ma che pure s’intrecciano, per beffardi giochi del destino (in qualche caso anche forzati sotto il profilo narrativo). I Pericand sono una coppia di mezza età, benpensanti, medio-borghesi, costretti a fuggire da Parigi assieme ai loro figli; due di questi assurgono a protagonisti, cioè Philippe, giovane prete che comincia dubitare che la grazia possa toccare persino i fanciulli in quel contesto, e Hubert, diciottenne che vorrebbe dare il suo contributo alla guerra contro i nazisti e che però si lascia irretire dalle languide fusa di una donna ben più scaltra di lui. Poi ci sono i Michaud, impiegati di banca, che vedono crollare tutte le loro certezze e scoprono, ove fosse necessario averne conferma, la meschinità del banchiere per il quale lavorano. E ancora Charles, sessantenne solitario dedito al collezionismo di oggetti preziosi, avaro prima della guerra e a maggior ragione durante la guerra. Da quanto scritto, appare evidente che in questo romanzo non siamo di fronte al classico dualismo Bene contro Male, perché le vittime, disperate e in fuga dall’orrore, nascondono in sé gli stessi germi di chi, a un livello purtroppo ben più organizzato e criminale, li sta costringendo ad abbandonare Parigi e la speranza di un futuro privo di guerre.

Ciò detto, non mancano nel romanzo i momenti di luce, quando scopriamo che questi stessi personaggi, così meschini, sono capaci di slanci di solidarietà e d’amore. L’amore, poi, riaffiora qua e là, come luce nel fango, sola speranza per chi, sotto le bombe, cerca ancora un senso quando appare evidente che in certi contesti un senso non può esserci. L’angoscia di chi sente che tutto sta crollando si mescola così a un’indifferenza che funge da forma di difesa contro ciò che appare ineluttabile, e che proprio perché tale è accettato come una fatalità. L’utopia dell’armistizio, la lotta per i viveri e persino per la benzina necessaria agli spostamenti, costringe i protagonisti del romanzo a guardare il peggio di sé, eppure qualcuno riesce ancora a trovare la forza per restare umano, per non imbarbarirsi.

Il secondo romanzo è invece ambientato a Bussy, una piccola cittadina, nel periodo immediatamente successivo all’arrivo dei tedeschi. I conquistatori, stavolta, appaiono sulla scena, ma anche in questo caso l’autrice, più che concentrarsi sugli orrori da essi commessi, che peraltro lei purtroppo conoscerà di persona pochi mesi dopo, ad Auschwitz, ci mostra aspetti dell’essere umano che, pur prendendo spunto dalla vicenda bellica narrata, sono di carattere più generale. Il titolo fa riferimento all’impossibile storia d’amore tra un ufficiale tedesco e Lucile, una donna francese che deve ospitarlo, per ordini superiori, nella casa dove la stessa vive con la suocera. Il marito, invece, è prigioniero di guerra. Lucile avrebbe tutte le ragioni per odiare l’ufficiale tedesco, e così tutti gli abitanti della cittadina, eppure il confine tra la crudeltà percepita e il bisogno di felicità è molto labile. Lucile non amava suo marito Gaston, un bevitore incapace di emozioni che la tradiva con un’amante; adesso non ha più rancore verso di lui, si augura che sia liberato, ma al tempo stesso, con il passare dei giorni, si accorge che l’ufficiale tedesco, pur incarnando il nazismo e quindi l’orrore, non è, preso in quanto singolo essere umano, così differente da lei e dai suoi compatrioti, preso com’è anch’egli da paure, distante dagli affetti familiari proprio come lei.

In questo romanzo ritroviamo anche alcuni protagonisti del primo, a testimonianza del piano dell’autrice, cioè costruire cinque romanzi collegati, come peraltro è possibile scoprire leggendo l’appendice al libro. Una di questi personaggi che riappaiono è Madelaine, che accoglie suo marito Benoit, ritornato dal fronte, ma che si ritrova in casa anche un giovane ufficiale tedesco. La situazione diventa presto incandescente, perché Benoit è uno spirito indomito e poco incline ad accettare la presenza dei tedeschi, e inoltre sospetta, con ragione, che il soldato possa essere interessato a Madelaine. Come nel primo romanzo, inoltre, non manca il sarcasmo che la Némirovsky dedica ad alcune figure di conquistati. Pare quasi che la sua rabbia si scagli, prima ancora che sui nazisti, su francesi dediti all’odio reciproco, all’indifferenza per le altrui misere condizioni di vita, alle delazioni di chi, per salvare sé stesso dall’arrivo dei tedeschi, è disposto a svendere anche il suo amico più caro. Bersaglio della satira feroce è la viscontessa di Montmort, moglie del sindaco del paese, che ama sfoggiare, con retorica, il suo animo misericordioso e organizza serate di beneficienza, salvo poi, nella pratica, difendere solo e unicamente la propria posizione privilegiata, a tutti i costi, anche facendo la spia, specie se si tratta di rovinare un miserabile. La guerra, insomma, diventa un’occasione perché vengano fuori gli aspetti più deteriori dell’essere umano, non solo tra i vincitori, ma anche tra le vittime.

Resta, però, qualche luce, anche in questo romanzo. La principale è l’amore, o almeno la ricerca di una felicità condivisa che vinca le diffidenze, che oltrepassi i vincoli che la Storia impone ai singoli individui, costretti dalle circostanze a odiare un essere umano solo perché di altra nazionalità o ad amarne un altro solo perché della propria nazionalità, quando invece si sa che certe questioni non hanno nulla a che fare con l’appartenenza a un popolo piuttosto che a un altro.

Finito il secondo romanzo, a me è rimasto il dubbio su come si sarebbero potuti sviluppare gli altri tre, dubbio solo minimamente risolto grazie alle note in appendice. La Storia, con i suoi orrori, ha impedito all’autrice di completare il suo lavoro. La Némirovsky è morta ad Auschwitz nel 1942, magari per mano di uno di quei tedeschi che lei, in questi due romanzi colmi di rabbia e di umanità, aveva cercato di sottrarre alla colpa collettiva di una generazione.

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