Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Il libro Franza

“Almeno tu dici soltanto, tipico di Franza, sì, lo pensi, se non lo dici, ma io sono sempre stata qualcosa di tipico, uno schema con il quale si poteva operare, del quale lui disponeva, i miei sentimenti dovevano adeguarsi ai suoi ordini, e quando affermava che nessuna donna può fare l’amore con un uomo senza esserne segnata, giacché un simile atto non è privo di conseguenze, non mi sarebbe stato lecito deliziarlo con qualche esempio, Martin, cos’è il male, cos’è? Oggi si dice che non è nulla di misterioso, ma che è determinabile nei suoi meccanismi, certo: aggressione, desiderio di rivalsa, mi sembra chiaro, e tuttavia non capisco, sebbene non voglia cercare nulla dietro o prima del mondo. Eppure mi ha sempre spaventato vedere qualcuno che perde il controllo, un ferroviere alla cancellata della stazione, perché un tale non aveva il biglietto d’accesso ai binari, quell’odio, quel terribile odio, al punto che il sangue… che bisogno ha un ferroviere di odiare per un biglietto di accesso ai binari. Che bisogno ha uno Jordan di odiare e umiliare una persona. Credo che si tratti proprio di questo! Si umilia l’altro, lo si paralizza, gli si strappa il suo essere, poi i suoi pensieri, poi i suoi sentimenti, poi gli si toglie anche l’ultimo resto di istinto, di impulso vitale, poi gli si sferra un calcio, quando già è finito. Nessun animale fa questo, i lupi non uccidono l’avversario che si sottomette, il lupo non è capace di ucciderlo, non lo sapevi, non è capace di azzannarlo alla gola nemmeno se l’avversario gliela porge. Com’è saggio, com’è bello. E l’uomo, che ha le armi più forti, che è la belva più forte, l’uomo non ha di queste remore. Io posso riconciliarmi con i lupi, con l’uomo no. Tutti scuotono il capo, come noi abbiamo scosso il capo, a Vienna, su ogni singolo caso, no, sto già parlando di quel libro, non posso. Voglio uscire da qui. E loro analizzano e si arrovellano e cercano forze demoniache e brutalità, come se sapessimo in cosa consistono, quanto sono raffinate le spiegazioni che danno quanto provocatoriamente esatte le loro conoscenze, pensano persino di aver capito, e dopo, oh, sanno essere così raffinati nel mettere in pratica ciò che devono fare, costretti, e allora non badano certo al lavoro o al dispendio di mezzi.”

(Ingeborg Bachmann, “Il libro Franza”, ed. Adelphi)

Citando Kafka, posso affermare che “Il libro Franza” è un’opera che, benché incompiuta e frammentaria, ha squarciato il mare ghiacciato dentro di me (a meno che la sensazione non fosse dovuta, meno poeticamente, al reflusso gastrico) e, più che le parole che seguiranno, a testimoniare quanto il libro mi ha preso sarebbero servite le foto dei peli del mio braccio, irti, o dei miei occhi un po’ liquidi per causa di certi passaggi del romanzo. In un’ottica meno punitiva verso i miei eventuali lettori, va detto che l’edizione Adelphi che ho letto costituisce un’evoluzione di pubblicazioni precedenti che, tra l’altro, avevano come titolo “Il caso Franza”. Nell’ottima introduzione al testo è spiegato il travagliato percorso che portò la Bachmann ad abbandonare la stesura del romanzo, in origine parte integrante di un ciclo “Cause di morte”, comprendente anche “Malina”. La ricostruzione non ambisce a dare organicità a ciò che non può averne, bensì piuttosto a evidenziare gli strati sovrapponibili della scrittura della Bachmann, nonché la sua abilità nello scandagliare gli antri oscuri della mente. Prima dei tre capitoli de “Il libro Franza”, infatti, il lettore si troverà di fronte alle pagine di un altro tentativo abortito, cioè “Il libro del deserto” e alla trascrizione di un intervento radiofonico con il quale l’autrice presentò gli abbozzi del romanzo che stava scrivendo e, infine, anche cinque brevi prefazioni allo stesso.

A prescindere dall’incompiutezza e dalla ricostruzione postuma, quel che più conta sono le cause di morte alla base della narrazione. Il libro fu iniziato dalla Bachmann a seguito di un periodo personale particolarmente cupo e, in un periodo di forti rievocazioni storiche circa gli orrori della seconda guerra mondiale, rappresentava un tentativo di scoprire i potenziali sublimi assassinii che si possono compiere, in maniera all’apparenza innocua, nell’ambito delle relazioni umane. La donna, soprattutto, appare in questo romanzo come la vittima per eccellenza, ma sarebbe riduttivo incastrare il libro in una chiave unicamente femminista, perché le cause della morte che scorgiamo appartengono più in generale a tutti, e la differenza sostanziale è, più che altro, tra chi subisce queste cause e chi infierisce, in maniera più o meno consapevole.

La storia è quella di Franza, donna malata per colpa del marito, un medico che, pur godendo della stima pubblica, con i suoi atteggiamenti quotidiani l’ha ridotta in condizioni terribili; lui è la causa di morte della donna, il latente assassino, che giorno dopo giorno, pur senza violenze esplicite, la uccide nell’animo. Franza, per sfuggirgli, si aggrappa a Martin, suo fratello, il quale deve affrontare un viaggio in Egitto accollandosi anche le sofferenze della sorella, alla quale è peraltro legato da un rapporto sin troppo intenso, ai confini dell’incesto. Franza, per il dottor Jordan, suo marito, è diventata un caso, si sente sminuzzata, analizzata dall’uomo che dovrebbe amarla e che invece si è rivelato, a distanza di tempo, un freddo calcolatore, nonché fedifrago. L’orrore per essersi creduta superiore alle due precedenti mogli dell’uomo e per aver scoperto la sua vera natura solo dopo anni di agonia quotidiana, rende impervio il percorso che Franza vorrebbe intraprendere per guarire. Martin, il fratello di Franza, è uno storico (o geologo, questa è una delle variazioni degli abbozzi) che è costretto a portare sua sorella con sé nel suo viaggio in Egitto, essendosi reso conto che solo tenendola lontana dal marito aguzzino avrà qualche speranza di salvarla dall’uomo e da se stessa.

In conclusione, mi sembra opportuno, nel ribadire che la cupezza del romanzo non va a inficiare la “piacevolezza” delle lettura, riportare un passaggio di una delle prefazioni dell’autrice, nella quale spiega le intenzioni alla base della creazione, poi interrotta, del romanzo.

“Questo libro però non è solo un viaggio attraverso una malattia. Cause di morte, tra queste rientrano anche i delitti. Questo è un libro che parla di un delitto.

Mi è spesso capitato di chiedermi, e probabilmente è capitato anche a voi, dove mai sia andato a finire il virus del crimine – non sarà certo scomparso all’improvviso dal nostro mondo vent’anni fa, soltanto perché qui l’assassinio non viene più premiato, richiesto, insignito di onorificenze e sovvenzionato. I massacri sono finiti, sì, ma gli assassini sono ancora tra noi, spesso evocati e talvolta identificati, e non tutti, ma alcuni, sottoposti a processo. Dell’esistenza di questi assassini siamo stati resi consapevoli tutti quanti, non solo da cronache più o meno reticenti, ma appunto anche grazie alla letteratura.

Ma questo libro ha ben poco, anzi pochissimo a che vedere con tutto ciò. Esso tenta di far conoscere, di ricercare qualcosa che non è scomparso dal mondo. Oggi è soltanto infinitamente più difficile commettere delitti, ecco perché questi delitti sono tanto sublimi che quasi non riusciamo ad accorgercene e a comprenderli, benché vengano commessi ogni giorno nel nostro ambiente, tra i nostri vicini di casa. Anzi io affermo – e tenterò soltanto di fornire una prima prova – che ancora oggi moltissime persone non muoiono ma vengono assassinate. Giacché non vi è nulla che sia, se non proprio più possente, questo forse no, comunque più mostruoso dell’uomo, se mi è concesso richiamare alla vostra memoria un ricordo scolastico. I delitti che hanno bisogno dello spirito, che turbano il nostro spirito e meno i nostri sensi, quelli insomma che ci toccano più profondamente – avvengono senza spargimento di sangue, e la strage si compie entro i limiti del lecito e della morale, all’interno di una società i cui deboli nervi tremano di fronte agli atti belluini. Ma non per questo i delitti sono diventati meno gravi, essi richiedono soltanto una maggiore raffinatezza, un diverso grado d’intelligenza, e sono spaventosi.”

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