Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Bambini nel tempo

“Restò così per ore, l’intera notte, assopendosi brevemente ogni tanto e senza muoversi o allontanare lo sguardo dalla grata, quando si svegliava. In quell’arco di tempo gli parve che qualcosa si stesse raccogliendo nel silenzio circostante, il sollevarsi lento di un’onda di consapevolezza, di una specie di marea strisciante che, senza esplodere o frangersi drammaticamente, lo portò, intorno alle prime ore del mattino, al primo autentico flusso di comprensione della vera natura della sua sofferenza. Tutto ciò che aveva preceduto quell’evento non era che finzione, una banale e frenetica imitazione del dolore. Albeggiava appena quando incominciò a piangere e fu questo momento nella semioscurità che avrebbe in seguito fatto coincidere con l’inizio del suo lutto”.

(Ian McEwan, “Bambini nel tempo”, ed. Einaudi)

“Bambini nel tempo” ha confermato le ottime impressioni che avevo avuto su Ian McEwan mentre leggevo “Espiazione” e “Primo amore, ultimi riti”, anzi se possibile le ha potenziate e mi ha fatto interrogare sul perché abbia scoperto quest’autore così tardi. McEwan scrive bene, detto in maniera molto semplice. Il romanzo si legge senza pause o momenti di noia, è una mescolanza ben riuscita di lirismo e divertimento, alternando, sia nei toni che nella forma, argomenti profondi, al limite del tragico, ad altri più leggeri o che comunque si prestano alla satira dell’autore. La vicenda da cui prende le mosse è la scomparsa della piccola Kate, tre anni, che sembra smaterializzarsi nel nulla quando, accompagnata dal padre, Stephen, si trova in un supermercato. Com’è possibile immaginare, l’evento crea nella vita di Stephen e della moglie Julie un trauma, dal quale i due faticheranno a riprendersi, finendo anzi per alimentare un vuoto tra loro che forse aveva altre origini.

Stephen Lewis è un uomo divenuto un affermato scrittore per ragazzi quasi per caso, nel senso che la sua ambizione era scrivere romanzi per adulti. Questa sua carriera letteraria gli è riconosciuta al punto che egli, assieme ad altri, fa parte di un Sottocomitato istituito dal Governo inglese, che avrebbe il compito di scrivere un manuale esemplare che detti regole precise su come educare i bambini. All’interno di tale gruppo di lavoro non mancano i personaggi eccentrici e McEwan è abile nel mostrarci la perplessità di Stephen, che pure si aggrappa a questa mansione, come ad altre della sua quotidianità, per cercare di sfuggire al baratro che la scomparsa della figlia ha scavato in lui. Questa vicenda, per altro, sebbene attraversi inevitabilmente tutto il romanzo, non lo caratterizza in senso assoluto, perché nel libro di McEwan i temi trattati sono diversi, e tra questi spicca il “tempo”.

Oltre all’elaborazione del lutto da parte dei due genitori, e di Stephen in particolare, è infatti il tempo il fulcro delle riflessioni dell’autore. Il titolo stesso, peraltro, fa riferimento, oltre che ai bambini, anche al tempo, e il legame tra queste due parole lo lascio alla scoperta del lettore. Sul tempo, qui, basta dire che esso è inesorabile quando Stephen cerca di ricostruire e modificare l’evento della scomparsa della figlia, cosa che non può fare. Egli non può, ad esempio, tornare indietro nel tempo e a nulla vale dotarsi ora di una diversa soglia di attenzione, quella che gli sarebbe servita per evitare di perdere di vista la figlia. Il tempo, poi, ci modifica, scuote rapporti affettivi, ci induce a rivedere, a ritroso, avvenimenti che allora ci erano parsi in un modo e che oggi rileggiamo sotto altra ottica. Senza scomodare impropri paragoni con un maestro del settore, cioè Proust, dico che McEwan riesce ad alternare con sapienza la narrazione “al presente” con i numerosi flash-back volti a ricostruire le storie di Stephen, di sua moglie, dei suoi genitori o anche di Charles, amico di Stephen che, da redattore di una rivista, ha fatto la sua scalata sociale fino a diventare Ministro, salvo poi ritirarsi in campagna, regredito allo stato di bambino.

Non mancano, attraverso un personaggio collaterale, alcune riflessioni di carattere fisico sul tempo e la sua relatività, sebbene soltanto accennate e comunque né decisive né intralcianti la lettura. Lo scorrere del tempo, inoltre, non basta a far scomparire i fantasmi che dal passato tornano a visitarci, così che la distinzione superficiale tra passato, presente e futuro si rivela essere solo un modello semplicistico attraverso il quale cerchiamo di catalogare le nostre sensazioni. L’isolamento nel quale ricade Stephen è, dunque, un’occasione per rileggere la propria esistenza e quella delle persone che lo circondando; la scomparsa della figlia funge, in questo senso, da meccanismo scatenante, svelando all’uomo ciò che stava dietro la patina di serenità e fama che aveva acquisito.

Il romanzo, comunque, nonostante la molla principale sia di natura tragica, conserva una complessiva carica ironica, divertita e divertente, e spesso ci si trova indecisi nella condizione di sorridere amaro, o di amareggiarsi sorridendo. Per quanto mi riguarda, un’ulteriore conferma dell’abilità narrativa di McEwan, che a questo punto approfondirò ulteriormente.

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