Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Bartleby lo scrivano

“Credo fu il terzo giorno dacché egli era con me, il primo nel quale fosse sorta la necessità di fargli esaminare le sue scritture, che, avendo io premura di sbrigare una faccenda di poco conto che m’impegnava al momento, bruscamente detti una voce a Bartleby. Posta la fretta e la mia naturale attesa d’immediata obbedienza, sedevo col capo chino sul documento originale posto al mio scrittoio, e la mano destra obliquamente protesa a porgere in modo un po’ nervoso la copia, così che, appena emerso dal suo riparo, Bartleby potesse afferrarla e procedere all’opera senza alcun indugio.

In tale esatta posizione sedevo, quando lo chiamai, spiegando in fretta cosa desiderassi da lui, ovvero, che esaminasse con me un breve documento. Immaginate la mia sorpresa, meglio, la mia costernazione, quando, senza muoversi dal suo privato, Bartleby con voce singolarmente mite, ma ferma replicò: <<Avrei preferenza di no>>.

Rimasi per qualche istante seduto in perfetto silenzio, cercando di riavermi dallo sbigottimento che mi aveva preso. Lì per lì m’accadde di pensare che le mie orecchie non avessero udito bene, o che Bartleby avesse del tutto frainteso ciò ch’io intendevo dire. Ripetei la mia richiesta con voce più chiara che potei, ma, con tono altrettanto chiaro, mi giunse la medesima risposta dianzi udita: <<Avrei preferenza di no>>.”

(Herman Melville, “Bartleby lo scrivano”, ed. Universale Economica Feltrinelli)

“Bartleby lo scrivano” è un esempio di racconto magistrale, al quale nulla va tolto e nulla va aggiunto, perché così doveva essere scritto. È la terza volta che lo rileggo, a distanza di anni, e anche stavolta sono rimasto ammaliato da questo personaggio enigmatico, che non parla quasi mai e che, quando parla, lo fa solo per dire “avrei preferenza di no” alle richieste o alle semplici domande che gli fa l’avvocato-narratore. Bartleby, assunto come scrivano per far fronte all’aumento di lavoro, ben presto rivela la sua inquietante immobilità. Copia i documenti che deve copiare, ma si rifiuta di riesaminarli con gli altri e in un crescendo inarrestabile diventa sempre più sordo ai richiami altrui, ma senza essere sprezzante, bensì restando mite, inespugnabile, devoto all’inerzia e chiuso nell’angolo dell’angusto studio dell’avvocato, il quale, basito da questo assurdo scrivano, è attraversato da sentimenti di compassione, rabbia e sorpresa. Disarmato, non sa come comportarsi con quell’uomo innocuo e onesto che però, con il trascorrere dei giorni, è sempre più arroccato in quel suo “avrei preferenza di no”.

Ma chi è, cosa rappresenta Bartleby? Ecco, a questa domanda ognuno risponda come vuole. Nell’edizione che ho letto, il curatore Gianni Celati ripropone, oltre alla sua persona prefazione, anche una sfilza di interpretazioni che nel corso di un secolo e mezzo hanno accompagnato questo racconto, alcune sin troppo strambe e forzate. C’è chi ha visto in Bartleby la proiezione biografica delle difficoltà di Melville a emergere nel mondo della letteratura, sino a una progressiva auto-censura lessicale; altri hanno dato una lettura anti-capitalistica, essendo lo scrivano una sorta di passivo resistente all’emergere del dio denaro (in questo aggrappandosi al sottotitolo: “Una storia di Wall Street”); altri sottolineano la difficoltà nell’accettare l’amore del prossimo; poi ci sono le interpretazioni in chiave mistico-religiosa, esistenzialista, psicanalitica e tante altre, insomma ciascuno può ritrovare nel racconto elementi a supporto di questa o quella visione.

Il lettore di oggi può concordare o no con teorie più o meno autorevoli, ma più importante mi sembra il fascino che tuttora questo breve racconto esercita su chi lo legge (almeno su di me), il puro piacere di leggere questo racconto meraviglioso, alla faccia dello stesso Bartleby che, magari, se gli proponessimo di leggere la sua storia, ci risponderebbe, al solito, con un “Avrei preferenza di no”.

“A mano a mano che passavano i giorni, prendevo a riconciliarmi con Bartleby. La sua costanza, la sua immunità da ogni sregolatezza, la sua incessante operosità (salvo quando preferiva immergersi in qualche trasognata contemplazione, all’impiedi dietro il suo paravento), la sua grande tranquillità, l’impassibilità del suo contegno in ogni circostanza, lo rendevano un acquisto prezioso. Una sua qualità primaria consisteva in questo: ch’egli era sempre là, primo al mattino, costantemente durante il giorno, ed ultimo alla sera. Nutrivo una straordinaria fiducia nella sua onestà. Sentivo che i miei più preziosi documenti erano al sicuro in mano sua. A volte, si capisce, non riuscivo, con tutta l’anima mia, a evitare di cadere in improvvisi sprazzi di collera contro di lui. Giacché era enormemente difficile tenere nella mente che tutte quelle strane particolarità, privilegi ed esenzioni inusitate, formavano il tacito accordo stipulato da Bartleby, in virtù del quale egli rimaneva nel mio ufficio. Talora, nella fretta di sbrigare qualche urgente pratica, senz’accorgermene chiamavo Bartleby, con tono secco e sbrigativo, a porre un suo dito, poniamo, su un pezzo di nastro rosso con cui stavo impacchettando alcune carte. Ben s’intende, da dietro il paravento la solita risposta: <<Avrei preferenza di no>>, giungeva immancabilmente; ed allora, come poteva una creatura umana, con le comuni debolezze della nostra natura, trattenersi dall’imprecare amaramente contro tanta cocciutaggine, contro tanta irragionevolezza?”

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