Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Ritratto di signora

“Isabel era fieramente decisa a non essere vuota. Aspettando con la dovuta pazienza, si trova sempre un lavoro adatto a portata di mano. Naturalmente, fra tutte le sue teorie questa giovane donna possedeva una intera collezione di punti di vista a proposito del matrimonio. Per prima appariva nella serie la convinzione che fosse una volgarità pensarvi troppo. Pregava di tutto cuore di essere esonerata dal cadere in bramosie di questo tipo; sosteneva che una donna, fuorché in casi di eccezionale fragilità, dovrebbe essere capace di vivere da sé, e che era perfettamente possibile essere felice senza la compagnia di una persona dell’altro sesso dalla mentalità più o meno grossolana. La preghiera della ragazza era stata sufficientemente esaudita; quel che di puro e fiero era in lei – qualcosa di freddo ed arido, avrebbe potuto definirlo un ammiratore respinto che avesse il gusto dell’analisi – l’aveva finora tenuta lontana da ogni grande futilità di congettura in tema di possibili mariti. Pochi degli uomini che conosceva le sembravano degni di una spesa rovinosa, e le veniva da sorridere se pensava che uno di loro potesse presentarsi come un incentivo alla speranza e alla paziente attesa. In fondo all’anima – ma proprio in fondo – le giaceva la persuasione che se una certa luce fosse spuntata lei avrebbe potuto dare tutta sé stessa; ma questa idea, in complesso, era troppo tremenda per essere seducente. I pensieri di Isabel vi aleggiavano intorno, ma di rado vi si fermavano a lungo; dopo un po’ finiva con lo spaventarsi.”

(Henry James, “Ritratto di signora”, ed. Newton Compton editori*)

Scritto nel 1880-1881, “Ritratto di signora” è un quadro che Henry James dedica a una “ragazza americana moderna” di fine Ottocento, Isabel Archer, che seguiamo in un’inesorabile parabola che la trasformerà da giovane intelligente, sensibile, povera, amante della propria libertà, a ricca e malmaritata donna ingabbiata  da un marito che non è quel che sembrava essere e da raggiri di un’amica che non era tale. Come in altre opere di James, anche in questo romanzo è forte il tema del rapporto tra Usa ed Europa. La protagonista stessa, infatti, irrompe dopo qualche pagina, arrivando dagli Usa per essere ospitata dagli zii e dal cugino Ralph, sempre malaticcio, filosofo, che tanta importanza avrà nella futura esistenza di Isabel.

Isabel ci è descritta da James nelle sue fattezze fisiche solo in poche parole all’inizio del romanzo: alta, carina, vestita di nero. Il tratto principale che la caratterizza, invece, è la sua indipendenza di spirito e di ragionamento, che fa di lei, nella prima parte del romanzo, un’arguta e talvolta sarcastica osservatrice della realtà che la circonda, in questo trovando la sponda del cugino Ralph e dell’amica giornalista Henrietta. Ciò da cui rifugge maggiormente sono i corteggiatori, che siano gentiluomini inglesi come l’innamorato cotto Lord Warburton o americani audaci e oscuramente belli come Caspar Goodwood. A tutti costoro Isabel oppone un rifiuto, più o meno dolente e convinto, ma comunque un rifiuto.

A scombinare le carte in tavola, però, è un’altra donna, Madame Merle, più grande di Isabel e che esercita su di lei un fascino intellettuale così potente da indurla, infine, a cedere alla corte di Gilbert Osmond, americano che però vive in Italia da decenni con una figlia. A questo punto, la parabola di Isabel muta e si fa discendente. Della spigliata ragazza che proclamava la sua indipendenza di pensiero cominciano a perdersi le tracce, ricoperte dal grigiore di un uomo, Gilbert, che alla lunga si rivela essere ossessionato dalla formalità, dal decoro e dalla presunta santità del matrimonio, ma che di per sé è un uomo mediocre, in nulla paragonabile a quelli che Isabel aveva rifiutato prima di cedere a lui.

Come ho già potuto apprezzare in altre opere, James è molto abile nel tenere avvinti per oltre cinquecento pagine pur senza inserire “colpi di scena” a catena. Di per sé, la trama è abbastanza tenue, ma ciò che rende i romanzi di James avvincenti è l’abilità nel penetrare nella mente di ciascun personaggi, che sia con lunghe digressioni o con dialoghi serrati, spesso intrisi d’ironia e talvolta di tragicità. Ad aggiungere fascino l’ambientazione anche italiana del romanzo, con Firenze e Roma protagoniste nella loro magnificenza artistica.

“Ebbene – disse Henrietta – pensi di poter condurre una vita romantica, di poter vivere piacendo a te stessa e piacendo agli altri. Ti accorgerai di sbagliare. Qualunque sia la vita che conduci, devi metterci l’anima, per farne come che sia una cosa riuscita; e dal momento che fai questo, essa non è più un romanzo, te l’assicuro io: diviene cruda realtà! E non puoi sempre piacere a te stessa; devi qualche volta piacere anche agli altri. Cosa che, lo ammetto, sei prontissima a fare; ma c’è un’altra cosa che è ancora più importante: spesso devi non piacere agli altri. Devi essere sempre pronta a questo, mai tirarti indietro. Questo non ti va per niente… sei troppo amante dell’ammirazione, ti piace che si pensi bene di te. Pensi che ci si possa sottrarre a doveri sgradevoli assumendo posizioni romantiche; ecco la tua grande illusione, mia cara. Ma non si può. Devi tenerti pronta, in molte occasioni della vita, a non piacere a nessuno… nemmeno a te stessa.

Isabel scosse tristemente la testa; appariva turbata e atterrita.”

 

* la foto è di un’edizione Einaudi perché quella della Newton Compton non mi piace granché (la copertina).

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