Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

La panchina della desolazione

“Per lui, quel sedile, termine della sua passeggiata, era sacro; se lo rappresentava da anni come l’ultimo (sebbene ce ne fossero altri, non immediatamente vicino e diversamente disposti, che avrebbero potuto aspirare a quel titolo); così che poteva, con un immediato senso d’irritazione, cogliere di lontano, distinguere mentre si avvicinava, qualsiasi occupazione accidentale, e non avvicinarsi finché la contrarietà fosse durata. Quello che non tollerava era di rompere la tradizione, non importa se per un uomo o per una donna o per una coppia di innamorati; agli imbecilli di quest’ultima categoria era più avverso che a tutti gli altri; perché s’era seduto lì, in passato, solo, vi s’era seduto interminabilmente con Nan, vi s’era seduto – sì, con altre donne, quando le donne, nelle sue ore di libertà, potevano ancora trovare interesse in lui o lui in loro, ma non aveva mai diviso il sedile con estranei irrequieti e sospirosi…”

(Henry James, “La panchina della desolazione”, ed. Passigli)

Seduto sulla panchina della desolazione, unico ristoro di un’esistenza poco soddisfacente, Herbert Dodd scorge una donna raffinata che sembra essere lì per farsi notare da lui. Sulle prime non la riconosce, ma poi si accorge che è Kate Cookham, una lucida calcolatrice che molti anni prima l’aveva ridotto sul lastrico e alla quale era stato legato sentimentalmente, prima di sposarsi con Nan, poi morta. Cosa vuole adesso Kate da Herbert? Perché, a distanza di anni, dell’antico rancore sembrano non esserci più tracce e Kate appare fiorita rispetto alla gioventù?

Henry James, con la consueta abilità nel tratteggiare elegantemente la psiche dei personaggi, ci propone un racconto sull’intreccio, il confine labile che può esserci tra odio e amore, ma anche una riflessione sui mutamenti che il tempo apporta, nonché sulla memoria e i suoi strani scherzi. Il sottile gioco a due tra Herbert e Kate si sviluppa in poche ma pregne pagine, e si svolge quasi sempre là, su quella panchina della desolazione, sulla quale l’uomo ha trascorso gran parte dei suoi giorni, a rimodellare gli eventi nella sua mente, a scoprire che quel che aveva creduto un tempo non corrispondeva alla realtà dei fatti, a chiedersi se le cose sono davvero andate nell’unica maniera in cui potevano andare.

“… Era un mondo di soprassalti e d’impazienze, comunque, il mondo del suo presente squallore; lui solo, gli pareva di capire, possedeva in esso il segreto della dignità di starsene seduto tranquillo, a faccia a faccia col suo destino; così che, se si metteva a gironzare intorno o a riposare per breve tempo altrove, perfino gli sciocchi sospirosi – per quanto lui e Nan non si sarebbero mai comportati così – finivano dopo pochi minuti per andarsene, con l’aria altrettanto evidentemente inconsulta che quel loro starsene abbandonati lì sul sedile. Poi, una volta che quelli avevano voltato la schiena, egli si lasciava cadere sulla panchina della desolazione – quale lui, e lui solo, l’aveva fatta per triste consuetudine, dove, invece, quanto lui si era seduto a una estremità, bisognava notare che nessun altro si avvicinava mai. Vedeva gente lungo la marina prendersi quella libertà con altre presenze occupatrici; ma la sua colpiva forse, in genere, come una vicinanza troppo tetra, o anche soltanto troppo indecorosa. Avrebbe potuto dare al compagno di passeggiata l’impressione di un uomo malvagio, insocievole, forse occupato a meditare il piano di un delitto; oppure più probabilmente – perché, nell’insieme, appariva senza dubbio innocuo – dedito a coltivare un rimorso assolutamente indomabile.”

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