Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

I romanzi brevi

Negli ultimi mesi le mie letture si sono orientate spesso verso la forma breve, come testimoniato anche dagli articoli che ho dedicato recentemente a Poe, Maupassant, Hawthorne e Cechov. Henry James, oltre che autore di romanzi, si espresse al meglio proprio con racconti, romanzi brevi e novelle. Su questo blog, ho già scritto articoli su “La cifra nel tappeto” e “Il bugiardo”. Stavolta scelgo, dall’ampio spettro della sua produzione, quattro romanzi brevi, che per compiutezza, scorrevolezza e per tematiche trattate, mi hanno colpito rispetto agli altri contenuti nei due “Meridiani” dedicati a James.

“LA LEZIONE DEL MAESTRO”

– Guardatemi bene, e imprimetevi bene in mente la mia lezione, perché è di una lezione che si tratta. Che almeno ne venga questo di buono, che voi rabbrividiate della vostra impressione pietosa e che questo vi possa aiutare a mantenervi sulla via giusta per il futuro. Non divenite da vecchio quel che sono io ora – l’illustrazione deprimente, deplorevole dell’adorazione di falsi dei!

– Che cosa volete dire con “vecchio”? – chiese Paul Overt.

– Mi ha reso vecchio. Ma mi piace la vostra gioventù.

Overt non rispose nulla – stettero seduti in silenzio per qualche minuto. Sentivano gli altri che parlavano della maggioranza governativa. Poi: – Che cosa intendete con “falsi dei”? – chiese Paul.

– Gli idoli del mercato – il denaro, il lusso, il “mondo”, sistemare i figli, vestire la moglie – tutto quello che spinge a imboccare la strada corta e facile. Ah, le cose abiette che essi fanno fare!

(Henry James, “La lezione del Maestro”)

Scritto nel 1888, questo romanzo breve è sul rapporto tra arte e vita, tema caro a James così come ad altri grandi narratori, per esempio Thomas Mann. Il Maestro in questo è Henry St. George, scrittore di successo che ritiene di essere ormai giunto al declino della propria carriera letteraria. Al contrario, Paul Overt è un autore in grande ascesa, che vede in Henry un esempio e che desidera ardentemente conoscerlo. L’occasione gli è fornita da Miss Fancourt, giovane, libera e appassionata lettrice dei libri di entrambi, ma specie di quelli di Overt, la quale, conosciutolo in occasione di un ricevimento, gli promette di presentargli Henry St. George, da lei già conosciuto in precedenza.

L’incontro tra i due scrittori avviene e il pi anziano mette in guardia il giovane dai rischi che possono distogliere un artista dalla sua missione. Il denaro, il lusso, ma anche una moglie e i figli, non sono altro, a parere del decano, che distrazioni dannose a chi abbia una reale vocazione artistica. Henry, con atteggiamento da padre di famiglia, spiega a Paul come lui stesso si senta in colpa per non avere prodotto ciò che avrebbe potuto produrre se solo si fosse dedicato alla scrittura in maniera totalizzante, senza sposarsi, proliferare e lasciarsi così prendere da questioni più materiali. Invita il giovane, che gli sembra essere destinato a una luminosa carriera letteraria, a rinunciare a tutto ciò che ha ostacolato lui. Tutto potrebbe apparire disinteressato, se non fosse per la presenza, in mezzo ai due, di Miss Fancourt, della quale il giovane Paul s’innamora, ma che non lascia insensibile nemmeno il decadente, a suo dire, Henry.

L’abilità di James nel penetrare la psiche dei protagonisti è quella che ho già ammirato in altre sue opere e la lettura non univoca, ambigua, che può essere data alle reali intenzioni dei protagonisti, rende questo romanzo breve un gioiello che, senza cercare né offrici soluzioni definitive, ci dà spunti per riflettere sul controverso rapporto tra vita e creazione artistica, il tutto condito dalla discreta ironia dell’autore.

“IN GABBIA”

“Questo qualcosa non era altro che lo strano ampliamento della sua esperienza, la doppia vita che ella finì per condurre nella gabbia. Man mano che le settimane passavano, viveva sempre più in un mondo di sussurri e di occhiate furtive, sentendo il proprio potere divinatorio farsi sempre più rapido e penetrante. Col salire della pressione, le si schiudeva davanti una vista prodigiosa, un panorama pieno di fatti e cifre…in certi momenti, le sembrava che tutte le linee telegrafiche del paese si diramassero dal piccolo cantuccio dove lei penava per guadagnarsi da vivere e dove, in mezzo al calpestio dei clienti, al turbinio dei moduli, allo sciamare via dei francobolli, e al tintinnio delle monete sul banco, le persone che si era abituata a riconoscere e ad associare ad altre, costruendovi su le proprie teorie e interpretazioni, non smettevano di sfilarle a turno davanti”.

(Henry James, “In gabbia”)

Scritto nel 1898, questo romanzo breve, che nei toni assume talvolta contorni comici, ha uno sfondo tragico. Il tema di fondo è l’impossibilità, per il nostro limitato punto di vista, di cogliere gli eventi nella loro complessità. La gabbia alla quale fa riferimento il titolo è quella rappresentata dal luogo di lavoro di una giovane telegrafista, impiegata in un centro dove si spediscono, ma non ricevono, telegrammi. La ragazza conduce un’esistenza abbastanza noiosa, ingabbiata dalle mura del luogo di lavoro, dai due colleghi invadenti e neanche troppo sollevata dalla relazione con un uomo piuttosto ordinario. Con l’aiuto della sua fervida fantasia, però, riesce a evadere dalla gabbia nell’unica maniera che le riesce possibile, cioè immaginare, fantasticare sulle esistenze altrui, a partire dai messaggi che i clienti le dettano. Sulla base dei messaggi telegrafici, il più delle volte frammentari e criptici, la ragazza ricostruisce intere esistenze, relazioni, dinamiche, tresche sentimentali, arrivando poi a interessarsi, in particolar modo, alla figura di un uomo attraente alle prese con la propria amante.

A parte i parallelismi con il giorno d’oggi, che potrebbero facilmente farsi sostituendo al ruolo da telegrafista altri più “moderni” (o anche semplicemente pensando ai social network e alle possibilità di “conoscere” le esistenze altrui in modo superficiale), il romanzo è soprattutto una riflessione sulla relatività della conoscenza e su come sia impossibile, per noi, cogliere la realtà nella sua totalità, dovendo accontentarci di assemblare, con i mezzi limitati a nostra disposizione, brandelli di realtà che cogliamo in maniera spesso casuale.

“LA PANCHINA DELLA DESOLAZIONE”

“Era un mondo di soprassalti e d’impazienze, comunque, il mondo del suo presente squallore; lui solo, gli pareva di capire, possedeva in esso il segreto della dignità di starsene seduto tranquillo, a faccia a faccia con il suo destino; così che, se si metteva a gironzare intorno o a riposare per breve tempo altrove, perfino gli sciocchi sospirosi – per quanto lui e Nan non si sarebbero mai comportati così – finivano dopo pochi minuti per andarsene, con l’aria altrettanto inconsulta che quel loro starsene abbandonati lì sul sedile. Poi, una volta che quelli avevano voltato la schiena, egli si lasciava cadere sulla panchina della desolazione – quale lui, e lui solo, l’aveva fatta per triste consuetudine, dove, invero, quando egli si era seduto a un’estremità, bisognava notare che nessun altro si avvicinava mai. Vedeva gente lungo la marina prendersi quella libertà con altre presenza occupatrici; ma la sua colpiva, forse, in genere, come una vicinanza troppo tetra, o anche soltanto troppo indecorosa. Avrebbe potuto dare a chi gli sedesse accanto l’impressione di un uomo malvagio, insocievole, forse occupato a meditare il piano di un delitto; oppure più probabilmente – perché, nell’insieme, appariva senza dubbio innocuo – dedito a coltivare un rimorso assolutamente indomabile”.

(Henry James, “La panchina della desolazione”)

Il protagonista del romanzo, Herbert Dodd, passa le sue ore su una panchina situata sul lungomare. Con lo sguardo fisso sul mare, rievoca la sua esistenza, fatta di miseria, di fallimenti economici, di lutti familiari. La sua desolazione, però, non scade quasi mai nel patetico, perché egli è giunto ad accettare il suo destino, a comprendere che le sue sofferenze non potevano non accadergli. Un giorno, dopo tanti anni, incontra una donna che, prima di sposarsi, aveva avuto una relazione con lui, interrotta bruscamente per motivi economici. La donna, che aveva preteso e ottenuto un’ingente somma di denaro per lasciarlo libero, è tornata per riscattarsi e donargli ciò che si era presa all’epoca. La storia ha un intreccio né complesso né affascinante, ma la grandezza del romanzo (breve) sta nell’abilità con cui James ci fa entrare nei meandri della mente dei protagonisti. Più che le parole, spesso taciute o sottointese, sono i gesti a svelare i pensieri dell’uomo e della donna. Un’altra prova egregia del valore di Henry James.

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