Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Rosmersholm

“Rosmersholm”, in italiano “La casa dei Rosmer”, tragedia scritta da Ibsen nel 1886, conserva la sua valenza per un lettore odierno perché affronta argomenti che trascendono le vicende narrate, inducendo a riflessioni più generali che prescindono dalla sorte dei protagonisti, per esempio sulla ricerca della felicità individuale che può condurre a travalicare il prossimo, sulla labilità delle felicità stessa e sull’impossibilità di godersela, qualora raggiunta, per la persistente presenza di fantasmi del passato che riappaiono nella nostra mente a turbare anche le ore più liete. Altro tema caratterizzante l’opera di Ibsen è la contrapposizione tra antichi ideali che sono restii a cedere il passo alle nuove concezioni sociali ed etiche.

Nello specifico, tutto ciò è vissuto nella tenuta di Rosmer, ex pastore che ha abiurato dal suo ruolo e dagli antichi ideali per abbracciare le idee liberali e progressiste sostenute, tra gli altri, da Mortensgaard, ideologo che però non esita a suggerire a Rosmer di non rivelare la sua abiura della fede, perché va reso pubblico “solo quello che la buona gente deve sapere”. Rosmer, uomo roso dal dubbio e privo di un carattere stabile, immerso nella sua nuova missione, vive una condizione personale tutt’altro che luminosa, schiacciato com’è dal peso angosciante rappresentato dal suicidio della moglie, donna che ha annullato la propria esistenza una volta resasi conto di essere un ostacolo per la libertà del marito. Se la defunta è un personaggio che incombe per la sua assenza, la giovane Rebekka, che assisteva la donna, è invece colei che influisce sin troppo sulle decisioni prese da Rosmer. Rebekka spinge Rosmer a spezzare tutti i legami con il passato e lo fa mossa dall’intento di rendere nobile l’uomo. Grazie alle diverse sfumature che Ibsen le dona, Rebekka diventa il fulcro attorno al quale ruotano gli altri protagonisti, a cominciare dal padrone di casa Rosmer. Altro soggetto della storia è il fratello della moglie di Rosmer, il rettore Kroll, conservatore, che combatte la sua battaglia politica contro quelli che ritiene radicali e sovversivi dell’ordine sociale. Kroll vorrebbe assoldare il rispettato Rosmer nelle sue fila e grande è il suo orrore quando scopre che proprio l’ex cognato, in combutta con quella Rebekka che lui non ha tanto in simpatia, è diventato, ai suoi occhi, un irrispettoso dell’ideale familiare, dell’ordine, della tradizione, che da sempre erano state le prerogative di Rosmersholm.

La scelta del titolo, il riferimento alla casa dei Rosmer, è l’evidente segnale che Ibsen dà circa la potenza che questo luogo emana sulle volontà dei personaggi che agiscono, avvinti da una sorta di grande risucchio che impedisce loro di affrontare l’esistenza senza che tornino “i cavalli bianchi”, simbolico incubo di un passato che li accompagna in ogni momento. Per chiudere, qui sotto riporto un brano tratto dalla prefazione di Georg Groddeck, con l’avvertenza che nella stessa è svelata la sorte di un protagonista. Per conto mio, aggiungo in chiusura che Ibsen non ha tradito ancora una volta le mie aspettative, sebbene abbia preferito “Spettri” a questa tragedia.

 

Rosmersholm è un dramma sconvolgente dall’inizio alla fine, e con un terribile crescendo di tragicità, di una tragicità che tocca i problemi più profondi della natura umana, che mostra la distanza tra ciò che l’uomo vuole e ciò che può. Mostra con una metafora l’indistruttibile capacità di felicità dell’uomo, quella capacità che, quando ogni scopo cessa di esistere, ogni aspirazione, ogni speranza, persino allora gioisce ancora di ogni minima cosa che le si offre, del lombrico che ha trovato quando è uscita a dissotterrar tesori. Rebekka vuole fare dell’uomo che ama una creatura nobile ed è felice quando lui la segue sulla passerella. Muore contenta, felice, muore nell’illusione di aver raggiunto il suo scopo; una conclusione senza dubbio adatta a far riflettere. Ma c’è proprio da chiedersi se questo riflettere induca a una commozione profonda per la debolezza umana o non piuttosto a un calmo sorriso. Ibsen ha molte affinità con Cervantes, con questo immortale creatore di un essere nobile”.

(Georg Groddeck, prefazione a “Rosmersholm” di Henrik Ibsen, ed. Einaudi)

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