Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Il nostro cuore

“Conosceva bene tutto questo, la combattente! Spessissimo, muovendosi con passo felino e animata da un’inesauribile curiosità, aveva indotto quello stesso male segreto e torturatore negli occhi degli uomini che era riuscita a sedurre! La divertiva molto sentirli invaghirsi a poco a poco fino a cadere conquistati, dominati dalla sua invincibile potenza di donna, fino al punto da diventare per loro l’Unica, l’Idolo capriccioso e sovrano! Ciò aveva fatto emergere in lei gradatamente, come una dote nascosta che cresce, l’istinto della lotta e della conquista. Nei suoi anni di matrimonio era forse germinata nel suo cuore la necessità della ritorsione, un bisogno oscuro di rendere alla totalità degli uomini ciò che uno solo di loro aveva fatto a lei, il bisogno di essere a sua volta la più forte, di piegare le volontà, di frustrare le resistenze e perfino di far soffrire. Ma soprattutto, la vanità era innata in lei e da quando si sentiva libera si era messa a perseguitare e a dominare i suoi innamorati, come un cacciatore insegue le sue prede non per altro che per vederle cadere. Il suo cuore tuttavia non era affatto avido di emozioni, come quello delle donne deboli e sentimentali; non cercava affatto l’amore unico di un uomo, né la felicità di una grande passione. Desiderava solamente l’ammirazione generale, l’omaggio, l’adulazione tenera, chi si inginocchiasse davanti a lei. Chiunque divenisse familiare alla sua casa doveva anche essere schiavo della sua bellezza e nessun interesse intellettuale riusciva a tenerla legata a lungo a chi resisteva ai suoi vezzi, disdegnava le pene d’amore o era forse già altrimenti impegnato. Per restare suoi amici era necessario amarla; e in quel caso lei era prodiga di inimmaginabili premure, di deliziose attenzioni, di infinite gentilezze, con le quali manteneva attorno a sé tutti coloro che aveva catturato. I quali, una volta inclusi nella sua schiera di adoratori, sembrava le appartenessero per diritto di conquista. Lei li governava con atteggiamento saggio, secondo i loro difetti, le loro qualità, la natura della loro gelosia. Quelli che chiedevano troppo, a un certo momento li allontanava; poi, castigati, li riprendeva imponendo condizioni severe; e si divertiva un mondo, da donna perversa qual era, in quel gioco di seduzione che trova ugualmente affascinante impazientire i vecchi e far girare la testa ai giovani.”

(Guy de Maupassant, “Il nostro cuore”, ed. Bordeaux)

Madame Michèle de Burne, ventottenne e seducente vedova, già sposata con un coniuge tiranno e per sua fortuna ormai defunto, ha sviluppato, quasi per reazione al suo infelice matrimonio, l’abilità di attorniarsi di uno stuolo di ammiratori, che lei ama “come si ama un buon cagnolino fedele”. Vanitosa di natura, Madame de Burne gode nel sapersi al centro dell’attenzione, bramata da molti eppure di nessuno, attenta a controllarsi affinché non cada nel rischio di un innamoramento che la farebbe cadere dal ruolo di Idolo che si è assegnata.

André Marolle, invece, ha quasi dieci anni in più, è celibe, ricco quanto basta per bighellonare senza troppo costrutto, ha un’aura di “dilettante di talento” che lo precede, ma anche la fama di essere “un assai gradevole e assai intelligente fallito”. Eppure, chissà come, Madame de Burne vuole anche lui nella sua cerchia, composta da filosofi mondani, scrittori acidi, pittori, scultori e marchesi. Grazie all’intercessione di uno dei suoi segugi, Madame de Burne riesce a far sì che André entri nel suo circolo.

Succede, però, che lentamente l’uomo riesca a fare breccia nell’animo della donna, la quale, pur conservando una pubblica ritrosia, gli concede privatamente benefici che altri non godono. Il suo orgoglio e la sua vanità, tuttavia, sono così giganteschi, che ben presto André si rende conto che essere il prediletto è qualcosa di molto pericoloso e soprattutto labile, perché la donna non sembra affatto convinta di rinunciare al suo stile di vita, e quindi l’incauto André si ritrova presto schiavo di una feroce gelosia e di una malinconia crescente, che lo spingerà a riflettere su quale sia la scelta giusta: insistere sperando nell’amore o fuggire?

Guy de Maupassant affronta un tema vecchia quanto il mondo, l’amore, e lo fa con la spietata chiarezza di chi non nasconde le brutture dell’animo umano, senza però dimenticarne le bellezze. Il suo è una sorta di romanti(ci)nismo, orrendo neologismo che mi è venuto in mente leggendo le pagine di questo romanzo che, ultimo tra quelli scritti dall’autore, merita senz’altro di essere letto.

 

“Non appena ebbe lasciato Madame de Burne e il fascino graffiante della sua presenza fu svaporato, Mariolle sentì in sé e attorno a sé, nella carne e nell’anima, nell’aria e nel mondo intero, la scomparsa di quella gioia di vivere che da qualche tempo lo aveva sostenuto e animato.

Che cosa era successo? Niente di importante, o quasi niente. Lei gli si era mostrata seducente, verso la fine della serata, trasmettendogli con uno o due sguardi il messaggio Per me non ci siete che voi. Tuttavia sentiva di avere appena ricevuto delle rivelazioni che avrebbe preferito continuare a ignorare. Anche quello non era niente di importante, quasi niente. Tuttavia era rimasto stupito, come chi viene a sapere qualcosa di sospetto su sua madre o suo padre, scoprendo che dopo venti giorni, quei venti giorni che aveva creduto completamente donati e dedicati minuto per minuto, per lei come per lui, a quel nuovo e vitale sentimento di neonata dolcezza, lei aveva ripreso il suo modo abituale di vivere, fatto di visite, uscite, progetti, e aveva ricominciato con tutte quelle odiose contese galanti, contrastato rivali, inseguito uomini, ricevuto con piacere complimenti e dispiegato tutte le sue grazie per altri e non per lui.

E già: aveva proprio fatto tutto questo! Oh, in seguito non ne sarebbe più rimasto sorpreso. Conosceva il mondo, le donne, i sentimenti; essendo abbastanza intelligente da capire tutto ciò, non avrebbe avuto esigenze eccessive né ombrose irrequietudini. Lei era bella, nata per piacere, per ricevere omaggi, per ascoltare gli sciocchi. Tra tutti, lei aveva scelto lui e gli si era data audacemente, regalmente. E lui sarebbe stato, e sarebbe anche rimasto, il servitore riconoscente dei suoi capricci, lo spettatore rassegnato della sua vita di donna leggiadra. Qualche cosa però soffriva dentro di lui, in quella sorta di caverna oscura al fondo dell’anima ove si radicano delicate sensibilità.”

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