Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Bel-Ami

“Ma ora, scorgendosi improvvisamente nello specchio, non si era neanche riconosciuto; si era preso per un altro, per un uomo di mondo che gli era apparso molto decoroso, molto elegante, alla prima occhiata.

E adesso, osservandosi attentamente, riconosceva che, in realtà, l’insieme era soddisfacente.

Allora si studiò come fanno gli attori quando imparano la parte. Si sorrise, si tese la mano, fece qualche gesto, espresse qualche sentimento: la meraviglia, il piacere, l’approvazione; e cercò le sfumature del sorriso, e le espressioni dello sguardo per fare il galante con le signore, e far capire che si ammirano e si desiderano.

Si aprì una porta sulla scala. Egli temette di essere sorpreso e ricominciò a salire rapidamente, con la paura di essere stato visto da qualche invitato dell’amico, mentre faceva le smorfie davanti allo specchio.

Al secondo piano, scorse un altro specchio, e rallentò il passo per vedersi passare. La sua figura gli parve veramente elegante; camminava bene. E una smodata fiducia in se stesso gli invase l’anima. Certamente, con quel viso, il desiderio d’arrivare che aveva, la risolutezza, i pochi scrupoli che si conosceva, ce l’avrebbe fatta.”

(Guy de Maupassant, “Bel-Ami”)

Stimolato dalla lettura dei suoi innumerevoli e pregevoli racconti, l’altro giorno ho deciso di rileggermi “Bel-Ami” di Guy de Maupassant, convinto com’ero di averli già letto una ventina di anni fa e di non ricordarne la trama. Dopo alcune pagine, però, mi sono accorto che la trama non la ricordavo davvero, ma perché, forse, non lo avevo mai letto. Nel mio cervello era scattata un’associazione con alcuni grandi romanzi di Honoré de Balzac, grande assente da queste pagine, causa lettura risalente all’era pre-blog. Più nello specifico, leggendo il retro-copertina di “Bel-Ami”, avevo pensato a personaggi come Eugene de Rastignac e Lucien de Rubempré, di cui Balzac, anche in romanzi successivi l’uno all’altro, raccontava le ascese e le cadute.

Circa “Bel-Ami”, devo subito rilevare come in questo romanzo confluiscono non solo i temi, ma anche interi frammenti estratti dai racconti, sebbene rielaborati, ampliati o tagliati. In “Bel-Ami”, nomignolo affibbiato al protagonista da uno delle sue amanti, Maupassant ritrae il tipo dell’arrivista privo di scrupoli morali, che dallo stato di provinciale in miserie riesce non solo a riscattarsi, come sarebbe comprensibile, ma addirittura a vendicarsi, entrando in quelli che per lui sono i “mondi” che contano, cioè il giornalismo, l’altra finanza, la politica, insomma luoghi nei quali il denaro e il potere sociale sono il fine ultimo, il più appagante. Georges Duroy, figlio di umili e poveri provinciali, ex-sottoufficiale con un passato poco chiaro in Africa, giunge a Parigi in cerca di fortuna, squattrinato, ma con la rabbia e l’ambizione di inserirsi negli ambienti giusti a tutti i costi, senza alcun timore nell’ingannare o sopraffare il prossimo. Un incontro fortuito con un suo ex-commilitone lo aiuta nell’impresa. L’amico, infatti, è un giornalista che, oltre a spiegargli come con “un po’ di astuzia” si possa diventare ministri, lo aiuta concretamente, facendogli ottenere un posto da cronista al giornale, portandolo inoltre con sé nei luoghi che contano, per esempio a teatro, dove Georges comincia a rendersi conto del fascino che la sua figura, il suo sguardo e i suoi baffi esercitano sulle donne, sebbene nell’occasione trattasi di una prostituta poco propensa a resistere ai piaceri della carne.

L’ascesa sociale di Duroy, in seguito Du Roy per “darsi un tono”, è vertiginosa. In pochi anni, dall’ultimo dei cronisti diventa un temuto articolista politico, capace di destabilizzare interi ministeri, grazie ai segreti carpiti in relazioni mondane coltivate con furbizia e scrupolo egoismo. Un ruolo fondamentale nella sua ascesa lo hanno le donne, che, salvo eccezioni, non escono per niente bene dal romanzo, come del resto gli uomini. Il detto troppo spesso citato ad arte, quello per cui “dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna”, qui trova una miserabile declinazione: dietro un uomo senza scrupoli come Duroy, ci sono donne altrettanto prive di scrupoli o, al più, terribilmente cieche di fronte all’evidenza. Duroy, oltre all’amante ufficiale, la signora De Merelle, colei che lo soprannomina Bel-Ami, è bramato dalle donne quasi più di quanto egli desideri, e non si fa mancare scappatelle clandestine con mogli e figlie dei suoi colleghi.

Un personaggio, Bel-Ami, che si vende alla grande, che ha capito come agli uomini spesso piaccia essere presi in giro credendo di non esserlo, un essere viscido che non desta certo la simpatia del lettore (non la mia, almeno) ma che sarebbe errato vedere come il Male, come un diavolo in mezzo ad angioletti. Tutt’altro. Duroy serve a Maupassant anche per mostrarci come gli altri, a differenza sua, agiscano spesso mossi dai suoi stessi principi egoistici ed edonistici, ma soltanto in maniera meno sfacciata, mentendo a se stessi. In molte circostanze, infatti, sono gli stessi raggirati da Duroy a guidarlo nei suoi inganni, vittime sacrificali ben contente di esserlo. Maupassant, oltre a offrirci un grande ritratto dell’arrampicatore sociale, figura che ciascuno di voi potrà rivedere attorno a sé incarnata in qualcuno (o in se stesso, perché no), evidenzia con maestria gli aspetti più miseri di una professione che dovrebbe essere nobile, quella giornalistica, ma che, come tutte le professioni di questo mondo, sconta le povertà dell’essere umano. Le meschine rivalità di redazione, le battaglie senza evitare colpi bassi con gli altri giornali, i direttori asserviti a potentati economici e politici, tutto questo contorna l’esistenza di Georges Duroy, il Bell’Amico che riesce, più di tutti coloro che vorrebbero fare altrettanto, ad assurgere a uomo rispettabile, anche se tale non è.

“Poi, disse ad alta voce: – Mucchio di ipocriti! – e cercò con gli occhi i cavallerizzi sui quali correvano le dicerie peggiori. Ne vide molti sospetti di barare al gioco, e per i quali, in ogni modo, i circoli erano il grande espediente, il solo espediente sospetto, senza dubbio.

Altri, famosi, vivevano unicamente con la rendita della moglie, era cosa nota: altri della rendita dell’amante, si diceva. Molti avevano pagato i debiti (atto onesto), senza che mai si fosse saputo dove avessero preso il denaro necessario (mistero molto fosco). Vide uomini di finanza le cui immense ricchezze avevano all’origine un furto, e che erano ricevuti da tutti, nelle case più nobili; poi uomini così rispettati che i piccoli borghesi si toglievano il cappello quando li vedevano passare, ma i cui sfrontati maneggi nelle grandi imprese nazionali non erano un mistero per nessuno di quelli che conoscevano il sottosuolo della società”.

“Era uno di quegli uomini politici a molte facce, senza convinzioni, senza grandi mezzi, senza audacia e senza conoscenze serie. Avvocato di provincia, bell’uomo del capoluogo, serbava un equilibrio da volpone fra tutti i partiti estremi, specie di gesuita repubblicano e di fungo liberale di dubbio genere, come ne nascono a centinaia sul letamaio popolare del suffragio universale. Il suo machiavellismo da villaggio lo faceva passare per uno spirito forte tra i colleghi, fra tutti gli spostati e i falliti di cui si fanno altrettanto deputati. Era abbastanza elegante, abbastanza corretto, abbastanza simpatico per riuscire; e aveva successo nei salotti, nella società mista, torbida e poco fine degli alti funzionari del momento”.

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