Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

L’educazione sentimentale

“Voleva gettarsi ai suoi piedi: ma qualcosa scricchiolò nel corridoio e gli mancò il coraggio.

A trattenerlo c’era anche una specie di timore religioso. Quella veste che si confondeva con le tenebre gli sembrava smisurata, infinita, impossibile a sollevarsi; e proprio per questo, il suo desiderio cresceva. Ma la paura di fare troppo o di non fare abbastanza gli toglieva ogni discernimento.

“Se le dispiaccio”, pensava, “che sia lei a cacciarmi via; se non le sono indifferente, tocca a lei incoraggiarmi!”

E con un sospiro, disse:

– Allora, voi non ammettere che si possa innamorarsi di una donna?

Lei rispose: – Se è da sposare, la si sposa: e se appartiene a un altro, ci si allontana.

– E così, la felicità non è possibile?

– Non voglio dire questo. Però non la si trova certo nella menzogna, nelle inquietudini, nel rimorso.

– Che cosa importa, se ci ricompensa con gioie sublimi?

– È un’esperienza che costa troppo.

Cercò di attaccarla con l’ironia.

– Virtù, allora, non sarebbe altro che vigliaccheria!

– Dite piuttosto chiaroveggenza. Anche per quelle che arrivassero a dimenticare il dovere e la religione, sarebbe sufficiente il buon senso. E l’egoismo costituisce una base solida per la saggezza.

– Son proprio borghesi, i vostri principi!

– Non ho mai preteso di essere una gran dama.

In quel momento entrò di corsa il bambino.

– Mamma, non vieni a mangiare?

– Sì, subito.

Frédéric si alzò, mentre arrivava anche Marthe.

Non poteva risolversi ad andare via; e, con uno sguardo supplichevole: – Le donne di cui parlate sono proprio del tutto insensibili?

– No, ma sorde quando necessario.

 (Gustave Flaubert, “L’educazione sentimentale”

Il mio primo incontro con Flaubert non fu entusiasmante, perché “Madame Bovary” non mi colpì. Ho talvolta pensato di rileggerlo, perché magari non era il momento “adatto”, ma finora non l’ho fatto. “Bouvard e Pécuchet”, invece, mi piacque di più. Tornando all’attualità, scrivo subito che “L’educazione sentimentale” mi ha sorpreso in positivo e che, al netto di qualche descrizione paesaggistica che non mi è andata giù (ma ciò fa parte di un discorso più generale, quello tra me e le descrizioni paesaggistiche), lo considero un grande romanzo. Flaubert ne scrisse una prima edizione oltre vent’anni prima di quella che poi fu la definitiva, edita nel 1869.

Il romanzo è considerato un fulcro della sua produzione e la lettura appena fatta mi ha fatto comprendere il perché. Il protagonista principale è il giovane Frédéric Moreau, del quale cominciamo a seguire le vicende sentimentali nel 1840, appena diciottenne, e che accompagniamo fino a un’età più matura, seguendolo nel suo percorso di educazione (o diseducazione) sentimentale. Se il romanzo si limitasse a narrarci le vicende di cuore del giovane, potremmo definirlo un classico “romanzo di formazione”; Flaubert, però, non si limita a questo, ma inserisce la vicenda del singolo all’interno di una cornice storica rappresentata dai moti rivoluzionari del 1848 e da ciò che ne seguì. Inoltre, Frédéric è attorniato da una serie di personaggi che rendono il romanzo corale e più avvincente. In primo luogo, le donne che costituiscono il percorso dell’educazione sentimentale del protagonista, molto diverse tra loro. Innanzitutto M.me Arnoux, che rappresenta l’amore ideale, quello totalizzante e irraggiungibile per eccellenza, la donna alla quale Frédéric non sa dichiararsi, il sogno che, qualora diventasse realizzabile, sarebbe degradato e che quindi è destinato a restare in una sfera di nostalgia e rimpianto non rimediabile. Rosanette invece è la cortigiana svampita, “convinta che il Libano fosse in Cina”; poi c’è la signora Dambrouse, la donna di classe che è anche un mezzo per introdursi negli ambienti che contano; infine Louise, la giovane e ingenua ragazza di campagna.

Come scritto, l’educazione sentimentale di Frédéric s’intreccia a vicende sociali più ampie e gli altri personaggi, oltre che impelagarsi anch’essi nelle questioni di cuore, sono esponenti di tipologie umane che, mutato ciò che c’è da mutare, non appartengono certo solo all’epoca in cui è ambientato il romanzo. Deslauriers è il povero che smania di diventare ricco e non si preclude mezzi per il suo fine; Dussardier è il rivoltoso ingenuo, convinto davvero che la lotta politica possa mutare in meglio il mondo; Pellerin è l’artista in perenne ricerca di ispirazione; Arnoux è il marito della donna idealizzata da Frédéric, maldestro commerciante d’arte; poi ci sono i giornalisti in cerca di collocamento che fiutano il vento politico, cospiratori che si riuniscono al “Circolo dell’intelligenza” non mostrando di rendere onore al nome, e tanti altri soggetti che Flaubert ritrae con maestria, alternando ironia, sarcasmo e compassione umana.

Ho l’impressione che se l’avessi letto un paio di decenni fa, l’avrei apprezzato ancora di più, ma siccome non posso saperlo, mi fermo qua, evito le inutili elucubrazioni mentali che potrebbero portarmi “fuori tema” e mi limito a confermare che “L’educazione sentimentale” mi è piaciuto molto.

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