Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Il Gattopardo

“Bello, don Calogero, bello. Ma ciò che supera tutto sono i nostri due ragazzi.” Angelica e Tancredi passavano in quel momento davanti a loro, la destra inguantata di lui posata a taglio sulla vita di lei, le braccia tese a compromettere, gli occhi di ciascuno fissi in quelli dell’altro. Il nero del “frack” di lui, il roseo della veste di lei, frammisti, formavano uno strano gioiello. Essi offrivano lo spettacolo più patetico di ogni altro, quello di due giovanissimi innamorati che ballano insieme, ciechi ai difetti reciproci, sordi agli ammonimenti del destino, illusi che tutto il cammino della vita sarà liscio come il pavimento del salone, attori ignari cui un regista fa recitare la parte di Giulietta e quella di Romeo nascondendo la cripta e il veleno, di già previsti nel copione. Né l’uno né l’altra erano buoni, ciascuno pieno di calcoli, di mire segrete; ma entrambi erano cari e commoventi mentre le loro non limpide ma ingenue ambizioni erano obliterate dalle parole di giocosa tenerezza che lui mormorava all’orecchio, dal profumo dei capelli di lei, dalla reciproca stretta di quei corpi destinati a morire”.

(Giuseppe Tomasi di Lampedusa, “Il Gattopardo”)

Pubblicato solo dopo la morte dell’autore, “Il Gattopardo” è innanzitutto un romanzo scritto splendidamente e poi, pur con le dovute precisazioni che gli storici possono fare al riguardo, anche un documento sul trapasso dal regime borbonico al Regno d’Italia. La vicenda narrata è ambientata, infatti, tra il maggio 1860 e il luglio del 1883, salvo l’ultimo capitolo che ci trasporta nel 1910. Giuseppe Tomasi di Lampedusa mette in scena il tramonto di una famiglia aristocratica, ma soprattutto tratteggia, nella figura di Fabrizio Cornera principe di Salina, il ritratto di un uomo che ha piena consapevolezza degli eventi e che percepisce su di sé e attorno a lui il crollo di antiche certezze. Il romanzo è strutturato in otto blocchi narrativi, collegati ma ciascuno raffigurante un quadro a sé stante. Nel primo capitolo l’autore ci presenta i personaggi e la situazione storica nella quale agiscono. I venti di cambiamento sono ormai potenti, il regime borbonico presto sarà sottoposto all’attacco da parte delle truppe garibaldine e l’arrivo dei “Piemontesi” è avvertito come imminente. Don Fabrizio, vero perno dell’intera vicenda, orgoglioso ma illuminato, appassionato di astronomia e di belle donne, intravede nel suo giovane nipote Tancredi colui che più di altri ha capito che bisogna assecondare il cambiamento per evitare che tutto sia spazzato via. La celebre frase con cui è spesso rappresentato il libro, cioè “se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”, pronunciata dal nipote, è significativa in tal senso. Il giovane Tancredi, pupillo di Don Fabrizio, preso stringerà amicizie compromettenti e finirà con l’arruolarsi dapprima nelle camicie rosse e poi nell’esercito del nascente regno d’Italia, finendo così per compiere quella fusione tra classe aristocratica e borghesia nascente che Don Fabrizio non è in grado, per età e per convinzioni radicate, di attuare, pur sentendo profondamente il peso della dissoluzione dei “tempi andati”.

La Sicilia, la sua storia di dominazioni subite e il carattere dei suoi abitanti sono altri temi molto presenti in questo romanzo che, in un’alternanza magistrale di momenti lirici e ironici, induce anche a riflessioni più generali su come, nei momenti di trapasso da un regime a un altro, sia illusorio credere che tutto cambierà, che la stupidità appartenga solo a certi ceti, a certi colori politici, a certe bandiere. A prescindere, poi, dal contesto storico, voglio sottolineare l’abilità dei Tomasi di Lampedusa nel farci cogliere le sfumature emotive dei personaggi, anche riguardo le passioni amorose, altro elemento caratterizzante del romanzo, specie con la storia d’amore tra Angelica, figlia di Calogero Sedara, rivale di Don Fabrizio, e Tancredi. La”lenta sostituzione di ceti” al potere viene qui a mescolarsi con il potente sentimento che lega i due giovani, che assurgono così a simbolo della fusione e della trasformazione sociale. Tancredi, aristocratico, finirà per diventare addirittura senatore del Regno d’Italia.

Sul valore di documento storico del romanzo, sui suoi limiti in tal senso, hanno discusso gli storici e chi di dovere. Qui rilevo, invece, un ultimo aspetto, cioè le riflessioni del principe sulla morte, che permeano l’intero romanzo ma che toccano l’apice nelle ultime pagine del libro, quando il crollo personale si sovrappone a quello del regime, anzi lo ingloba. Un romanzo scritto in maniera superba, con “I Buddenbrook” di Mann e Proust sullo sfondo, ma con un linguaggio forbito ma scorrevole, accattivante, mai noioso e che per mia fortuna non è rimasto nell’oblio di un cassetto.   

“….si preparano gradi cose, zione, ed io non voglio restarmene a casa, dove, del resto, mi acchiapperebbero subito, se vi restassi”.

Il Principe ebbe una delle sue visioni improvvise: una scena di guerriglia, schioppettate nei boschi, ed il suo Tancredi, sbudellato come quel disgraziato soldato.

“Sei pazzo, figlio mio! Andare a mettersi con quella gente! Sino tutti mafiosi e imbroglioni. Un Falconieri dev’essere con noi, per il Re”. Gli occhi ripresero a sorridere.

“Per il Re, certo, ma per quale Re?” Il ragazzo ebbe una delle sue crisi di serietà che lo rendevano impenetrabile e caro. “Se non ci siamo anche noi, quelli ti combinano la repubblica. Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”.

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