Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Agli dèi ulteriori

“Abito un’allucinazione elaboratamente arredata. Ammiro la competenza con cui sono stati simulati i muri, la loro garanzia contro la notte. Io so che i muri sono complici della notte e della pioggia e del vento, e che nella simulazione, cui tutti sono tenuti, vi sono limiti non valicabili. So che in un punto della notte una belva simula di esistere e di odiarmi; la blandisco con un moto simbolico delle mani, che immagino di avere ereditato da precedenti esperienze. Sto seduto nel centro della stanza, e tra me e il muro ho collocato una elaborata finzione culturale: un dipinto. Lo ammiro, sebbene mi sia impossibile intendere che mai esso raffiguri. La sua simulazione è disponibile: i colori imitano animali, una scena d’amore, un trionfo egizio. Ascolto trombe di rame, forse dalla strada, forse dalle viscere di quell’immagine. Esamino le mie mani, perfette, tanto più singolare cosa, questa, in quanto so che esse non potevano imitare nulla, ma solo recitare; ma recitare un copione non scritto, e in modo così efficace, è arduo e commovente. Mi chiedo se le simulazioni siano così compatte e coerenti da coprire lo spazio di una città, se esse continuino fuori di me, penetrino nel nulla, lo ingentiliscano con una presenza ben calcolata di forme geometriche e colori.”

(Giorgio Manganelli, “Agli dèi ulteriori”, ed. Adelphi)

Qualche tempo fa, leggendo una raccolta d’interviste a Italo Calvino, mi ero incuriosito circa Giorgio Manganelli, che già conoscevo di nome, che non avevo mai letto finora e che era citato, con tanto di elogi, da Calvino stesso. Avrei voluto leggere “Hilarotragoedia”, ma in biblioteca non l’ho trovato e quindi ho preso “Agli dèi ulteriori”, una raccolta di sei racconti eterogenei ma accomunati da una scrittura articolata, a tratti pomposa, non banale, talvolta oltre i limiti del visionario. Sin d’ora posso scrivere che leggerò altre opere di Manganelli, magari anche il suo saggio “Letteratura come menzogna”, nel quale forse troverà la teorizzazione di ciò che in questo libro ho visto messo in pratica. “Agli dèi ulteriori” è un lungo esercizio della mente, una continua creazione d’immagini fantastiche, d’invenzioni, di simulazioni che il cervello dell’autore propone a sé stesso e al lettore. I racconti sembrano avere pochi appigli con la realtà, perché non ci narrano storie con un protagonista, una trama, un colpo di scena e l’epilogo, piuttosto somigliano a lunghi deliri monologanti, in un alternarsi di euforia cupa, scoramenti ed entusiasmi.

Un paio di racconti mi sono parsi molto più deboli rispetto al resto, quasi ai limiti del mero esercizio lessicale, ma il livello degli altri quattro è eccelso, a cominciare dall’originale “Discorso sulla difficoltà di comunicare con i morti”, nel quale Manganelli, con tono ironico, ci guida alla scoperta di astruse teorie sulla morte e sui morti, domandandosi se sia legittimo cercare questo dialogo impossibile ed elencando una serie di tesi strampalate sulla collocazione dei morti stessi. “Un Re” apre la raccolta ed è un monologo nel quale la voce narrante, ergendosi a Re della realtà che egli crea, elogia determinati animali, quali l’aquila, il leone e il serpente. Le descrizioni di questi e altri sono magistrali. Bello anche “Simulazioni”, nella quale la mente è conscia di abitare un’allucinazione e non solo non ne esce, ma simula attacchi di nemici, combattimenti, funerali di parenti non ancora avvenuti nella realtà.

Nel complesso, un libro che mi è piaciuto, esclusi quei passaggi che ho citato, e che mi spingerà ad approfondire la tardiva conoscenza di Giorgio Manganelli, al quale cedo di nuovo la parola, considerando che forse il miglior modo per “presentarlo” è mostrare le sue parole.

“Ma è poi certo che chi si nasconde non voglia esser trovato? O forse vuole istituire una condizione così ardua che solo qualcuno che lui ha, bizzarramente, in mente, possa rintracciarlo, un setaccio che escluda tutti, meno – chi? Diciamo, qualcuno che sia connaturale alle tenebre e all’assenza di luogo. Ma se costui non giunge, che vorrà mai dire? Che non si cura del nascondiglio e di chi vi si cela, o semplicemente che gli sembra solo una indiscrezione, questo ammiccare dal nulla, o un lezio, questo avvolgersi civettuolo, malizioso nel sudario dell’inesistenza? E allora, che farà il nascosto? Certo lo prenderà una sorta di avvilimento, e starà fermo, imbronciato, o farà segnali fiochi, garbati, per nulla asseverativi; e se nessuno, e meno che mai colui che egli aveva in mente, si farà avanti, verrà forse preso da una noia bizzosa, e comincerà a gettar via quelle fasce che nessuno gli alza di dosso per vedere che volto abbia quel niente che vi si acquatta sotto, e poi magari a cercare lui stesso, e forse a voler uscire dal nascondiglio…Ma forse costui si è messo in una posizione falsa, gli manca l’astuzia, si è sopravvalutato, è stato molesto e ambizioso, e come volete che non lo sappia? E allora l’astuzia gli verrà meno, si muoverà goffamente, chiremeggerà piani senza esito, e fallirà nuovamente, e non potrà non capire che gli mancano le doti per trovare la cruna, che non c’è davvero da sperare che qualcuno gli dia una mano – poiché si è nascosto, resterà nascosto, né la sua assenza provocherà curiosità alcuna o stupore, o allarme. E se un giorno, senza nessun piano, per caso, gli toccherà una cruna, è del tutto probabile che lo sgomento dell’evento, il riaffiorare dei qui e delle voci e delle mani lo spingano a nascondersi nuovamente, giacché altro non sa fare”.

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