Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

L’airone

“Lo guardava pieno di ansia, immedesimandosi totalmente. Per quale motivo Gavino aveva sparato? E perché non si alzava in piedi adesso, e non tirava un altro colpo, quello di grazia? Non era questa la regola? E la cagna? Che cosa temeva, Gavino: che l’airone, non ancora dissanguato a sufficienza, potesse servirsi del becco per difendersi? E l’airone? Che cosa avrebbe fatto? Aspettare, va bene. Ma che cosa, e fino a quando? Si sentiva la testa confusa, sbalordita, affollata di domande che non ricevevano risposta. Passarono così tanti minuti. Finché, improvvisamente, si rese conto che l’airone si era mosso”.

(Giorgio Bassani, “L’airone”, ed. Universale Economica Feltrinelli)

Su queste pagine Giorgio Bassani non è molto presente, anzi direi che è quasi assente, perché lessi le sue opere molti anni fa, apprezzandole. Tra i titoli, segnalo il “Il giardino dei Finzi-Contini”, “Gli occhiali d’oro” e le “Storie ferraresi”.  “L’airone” è un romanzo breve che non conoscevo e che ho trovato in libreria. La storia è ambientata sempre nella provincia di Ferrara, nell’immediato secondo dopoguerra, e il protagonista è l’avvocato Edgardo Limentani, del quale è narrata una giornata della sua esistenza, più nello specifico la sua ultima giornata.

L’avvocato Limentani, quarantacinquenne, sposato con la “cattolica-ariana” Nives, che lo ha, di fatto, spodestato dalle sue proprietà terriere, decide di concedersi una domenica diversa, tornando a praticare la caccia, come tanti anni prima. Bassani ci mostra il crescendo del disgusto che Edgardo prova per ciò che lo circonda, il progressivo distacco dagli eventi, dagli oggetti che gli paiono assurdi, dalle dinamiche sociali ipocrite, insomma da tutto ciò che lo ha portato a sentirsi immerso in una “cupa pozza di tristezza accidiosa”. La giornata a caccia diventa così un pretesto narrativo che ci consente di vedere Edgardo alle prese con la propria solitudine, che però non è così totale come forse auspicherebbe, perché, nel corso del tragitto per giungere nei boschi, egli incontra diversi personaggi: il fedele portinaio Romeo, che da trent’anni serve la sua famiglia, Bellagamba l’ex fascista adesso riciclatosi come albergatore, Ulderico il cugino che non vede da decenni, e soprattutto Gavino, che dovrebbe solo accompagnarlo nel terreno di caccia e che invece diventa il vero cacciatore. Edgardo, infatti, non riesce a sparare neanche un colpo, disgustato com’è da quell’attività che pure aveva praticato in passato, e la vista di un airone ferito, e poi morto, assurge non solo e non tanto a simbolo della vacuità dell’esistenza, quanto a meta che egli si prefigge di raggiungere. L’airone, infatti, è destinato a essere imbalsamato, ed Edgardo scorge proprio in quel destino, cioè nella sua stessa morte, l’unica possibile fonte di felicità.

Quanto scritto, potrebbe far pensare a un romanzo tragico, annichilente, a una lettura indigesta, e invece non è così, perché la morte, che pure permea l’intero romanzo, lo fa dall’esterno, e gli eventi che caratterizzano la giornata di Edgardo sono a tratti anche divertenti, per esempio quando perde del tempo perché non riesce a trovare un bagno. Non c’è dubbio, però, che “L’airone” sia soprattutto un romanzo sul dolore che pervade l’esistenza dell’uomo e la natura più in generale.

“Rideva, strizzando le palpebre. E lui, dal fondo del letto, mentre osservava incuriosito la loro forma e ogni altro particolare di quel viso, sentiva crescere dentro sé stesso lo stupore. Si rendeva benissimo conto come era potuto succedere che quel donnino di paese tra i trenta e i quaranta, con gli occhietti grigi e inespressivi, col naso corto e adunco come il becco d’un rapace, e con la piccola bocca, sotto, dal labbro superiore sottile, pressoché invisibile, e quello inferiore grosso e prominente, fosse diventata sua moglie. Oh, se ne rendeva conto! Ma al tempo stesso, guardandola recitare con compunzione la sua parte di dama della più eletta società cittadina, che in campagna, lei, e in particolare nella Bassa, mai aveva messo piede, non riusciva a capacitarsi che fosse vero. Nives. La Nives. Come si chiamava di suo, insomma di cognome? Ah, già. Pimpinati. Pimpinati Nives”.

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