Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

La neve era sporca

“Stizzito, Frank si sente una specie di cagnetto rabbioso che cerca invano di attirare l’attenzione. Ronza attorno alla lunga figura grigia e l’altro, immobile, ha l’aria di non accorgersi della sua presenza. Eppure quella notte Holst l’ha visto nel vicolo. È certo informato della morte del sottoufficiale. Sa anche – non c’è su questo il minimo dubbio, perché il portinaio ha fatto entrare nella sua guardiola a uno a uno tutti gli inquilini – che è stato arrestato il violinista del primo piano. E allora, perché non batte ciglio? Quasi quasi sarebbe il caso di rivolgergli la parola, per sfida. Frank si sarebbe forse deciso, con una frase qualunque, se il tram rosso cupo non fosse in quel momento sopraggiunto col suo abituale fracasso. Frank non salirà, non ha niente da fare in città a quell’ora. Voleva semplicemente vedere Holst, e ha avuto agio di vederlo. Holst, che è installato sulla piattaforma anteriore, al momento della partenza si volge e si sporge, non per guardare lui, Frank, ma per gettare un’ultima occhiata alla sua casa, alla sua finestra, dove si indovina il bianco di un viso nel varco delle tendine”.

(Georges Simenon, “La neve era sporca”, ed. Adelphi)

“La neve era sporca” è un altro viaggio di Simenon nella perversa mente di un criminale, e anche in questo caso sappiamo sin dall’inizio chi è il soggetto in questione, cioè il giovanissimo Frank, la cui madre è tenutaria di un bordello. Nel quadro di un paese dominato da truppe naziste e da personaggi loschi che frequentano la locanda dove si reca Frank, assistiamo all’inesorabile discesa nell’abisso del giovane, che compie il primo omicidio, quello di un gerarca, quasi solo per non sentirsi da meno rispetto a un suo conoscente che si vanta delle proprie imprese delinquenziali. Frank è descritto nella sua turpitudine, che si estrinseca in rapporti sessuali gelidi con le donne, nonché in una squallida vicenda nella quale coinvolge Sissy, giovane vicina di casa invaghita di lui e che potrebbe salvarlo da sé stesso.

L’autore, come già ho notato in altri suoi precedenti romanzi, utilizza una prosa molto scarna ma non per questo meno efficace. Sono i gesti, più che le parole, a mostrarci il personaggio nella sua abiezione. Ho trovato molto più interessante la prima parte, quando Frank, che era stato visto nei presso del luogo dell’omicidio dal signor Holst, padre di Sissy, si comporta in modo da sfidare il testimone oculare, quasi attendesse di essere agguantato. Nella seconda parte Frank, catturato, si trova immerso in un “gioco” più grande dei suoi pur terribili atti, ovvero alle prese con una prigionia che gli appare causata da motivi ulteriori e a lui sconosciuti, aventi a che fare con storie di spie e cospiratori. Questa seconda parte mi è parsa meno efficace, così come l’intero romanzo non mi è sembrato all’altezza di altri che ho letto di recente. Nonostante ciò, si tratta comunque di un libro che consiglio.

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