Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

La camera azzurra

“Tony percepiva confusamente una verità che era incapace di esprimere, una verità che aveva a che fare – o almeno così gli pareva – con le frasi pronunciate il 2 agosto, quel famoso 2 agosto che lui aveva vissuto a cuor leggero, senza pensare che se ne sarebbe parlato tanto e che i giornali vi avrebbero imbastito sopra titoli a più colonne.

Il cronista di un noto quotidiano parigini aveva persino inventato una formula destinata a essere ripresa da tutti i suoi colleghi: Gli amanti sfrenati.

– Ti piacerebbe passare con me tutto il resto della tua vita?

E Tony aveva risposto: – Certo.

Parole che lui stesso aveva riferito al giudice. Ma quello che contava era il tono, e lui le aveva pronunciate senza crederci. Non era una cosa reale. Non c’era niente di reale nella camera azzurra. O piuttosto si trattava di una realtà diversa, impossibile da comprendere altrove.

Aveva cercato di spiegarlo allo psichiatra, e sul momento Bigot sembrava capire, ma poco dopo gli faceva qualche domanda o qualche osservazione che dimostravano come invece non avesse capito proprio niente.

Se Tony avesse avuto intenzione di vivere con lei, non avrebbe detto: – Certo.

Non sapeva come avrebbe risposto, ma era sicuro che si sarebbe espresso in maniera diversa. La stessa Andrée non ci aveva creduto, perché aveva insistito: – Sul serio? Non avresti un po’ paura?

– Paura di che?

– Riesci a immaginare come passeremmo le giornate?

– Finiremmo con l’abituarci.

– A che cosa?

Era forse reale tutto questo? Avrebbe mai parlato così con Gisèle? E anche lei, Andrée, stava recitando una parte, sazia di piacere, con le gambe ancora aperte.

– A noi due.

Ma, appunto, lui e Andrée erano due solo a letto, solo in quella camera azzurra che con una sorta di sfrenatezza – per usare le parole del giornalista – impregnavano del loro odore.

Non erano mai stati due in nessun altro posto, se non quando avevano fatto l’amore per la prima volta, fra l’erba alta e le ortiche al margine del bosco di Sarelle.

(Georges Simenon, “La camera azzurra”, ed. Adelphi)

“La camera azzurra” è una storia sulle nefaste conseguenze cui può condurre un’ossessione amorosa. Anche in questo romanzo, così come nei due che ho letto recentemente, Simenon ricostruisce, a ritroso, eventi che hanno portato a un delitto, e nel farlo, svelandoci sin da subito i colpevoli, focalizza la sua narrazione sulle dinamiche psicologiche che hanno portato al compimento di un dramma, quindi sul perché e sul come, non tanto sul chi. La camera azzurra che dà il titolo al romanzo è quella di un albergo dove s’incontrano due amanti, Tony e Andrée, che si conoscevano da quando erano piccoli, ma che avevano spostato, rispettivamente, Gisèle e Nicolas.

Con un’abile tecnica narrativa, attraverso gli interrogatori cui è sottoposto Tony, da parte di giudici e psichiatri, Simenon ci mostra la difficoltà, per l’uomo, di vivisezionare a posteriori ciò che, all’interno della camera azzurra, era vita immediata. Andrée, che all’uomo era parsa sempre una statua irraggiungibile, anche per via della diversa estrazione sociale, si rivela invece una donna fatale, che non si accontenta più degli amplessi appassionati nella camera azzurra, ma che pretende di legarsi a Tony in maniera più totalizzante, pronta a tutto pur di liberarsi del proprio marito e della moglie dell’amante.

La scrittura di Simenon, che in questo periodo mi è molto congeniale, è priva di orpelli, senza lunghe digressioni filosofiche, il che non significa che sia scarna, anzi, l’autore riesce a trasmetterci riflessioni ed emozioni con pochi tratti di penna, anche attraverso la descrizione di gesti all’apparenza banali. Non mancano, anche in questo romanzo, riferimenti alla morbosità della stampa e della folla provinciale, alla quale poco importa come si sono realmente svolti i fatti, essendo portata alla semplificazione. Sotto questo profilo, lo stratagemma narrativo adottato è funzionale a farci comprendere come gli stessi comportamenti, se visti senza conoscere i reali motivi che si celano dietro gli stessi, possano indurre all’errore anche l’investigatore che si ritiene più scaltro. Più di tutto, però, “La camera azzurra”, che ho letto tutto d’un fiato in mezzo pomeriggio, resta una ricognizione sulla passione e la sua forza, che può essere salvifica ma anche devastatrice.

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