Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Fiorirà l’aspidistra

“Dopo tutto, c’era sempre il fatto del suo “scrivere”. Un giorno, forse, sarebbe riuscito a guadagnarsi la vita bene o male “scrivendo”; e ti saresti sentito affrancato dal puzzo dei quattrini, il giorno che fossi stato uno “scrittore”, nevvero? I tipi di cui si vedeva circondato, soprattutto i più anziani, lo facevano fremere di ribrezzo. Ecco, cosa significava adorare il dio quattrino! Sistemarsi, Far Bene, vendere l’anima per un nulla e per un’aspidistra! Diventare il tipico serpentello con la bombetta – l’ometto di Strube – il cittadino docile che rincasa alle diciotto e quindici, ogni sera, per consumare una cena a base di pasticcio di carne alla campagnola e di pere sciroppate in scatola, ascoltare per una mezz’oretta alla radio il concerto sinfonico della B.B.C. e infine, forse, un po’ di leciti rapporti sessuali, sempre che la moglie “si senta in vena”! Che destino! No, non era così che intendeva vivere. Uno aveva il dovere di tirarsi fuori da tutto ciò, fuori dal puzzo di quattrini. Era una specie di complotto che egli veniva tramando. Era come se egli si fosse votato a questa guerra contro il denaro. Ma era ancora un segreto. I suoi colleghi in ufficio non lo sospettarono mai di opinioni non ortodosse. Non scoprirono mai nemmeno che scrivesse versi: non che ci fosse poi molto da scoprire, dato che in sei anni egli aveva stampato meno di venti poesie su riviste. A guardarlo, aveva esattamente il tipo di ogni altro impiegato della City, soldato dell’esercito che ogni mattina, attaccato agli appositi sostegni, corre sussultando verso est e la sera ripete il viaggio verso ovest, nelle vetture della metropolitana”.

(George Orwell, “Fiorirà l’aspidistra”, Arnoldo Mondadori editore, collana “Medusa” diretta, all’epoca, da Elio Vittorini)

Il protagonista del romanzo è Gordon Comstock, quasi trentenne, velleità da poeta, che ha pubblicato, a proprie spese, la raccolta intitolata “Topi”, centoventitré copie vendute, squattrinato e ormai ammuffito nelle vesti d’impiegato presso una piccola libreria, dopo aver perso in passato, per propria volontà, lavori più remunerativi e che gli offrivano potenziali sviluppi di carriera, ad esempio quale contabile presso un’azienda o aiuto copywriter di un’agenzia pubblicitaria. Comstock ha dichiarato guerra al denaro, ai “quattrini”, come gli chiami con disprezzo, ma più in generale al sistema capitalistico, ma ciò comporta, per lui, rinunce e stenti notevoli.

Esponente di una numerosa famiglia, noiosa e appartenente al ceto medio, con nonno furfante ma ben visto dalla popolazione, Gordon ingaggia la sua battaglia al denaro, all’inizio in segreto rispetto alla sua ragazza, Rosemary, e a sua sorella Julie, alla quale egli deve molto, in termini di assistenza economica. Sì, perché le guerre d’ideali, come quella di Gordon, si scontrano con le impellenze della realtà, a cominciare dal pagare l’affitto della pur misera stanza dove vive. Nella piccola libreria – biblioteca dove lavora a inizio romanzo egli ha trovato una dimensione ideale per i suoi scopi. Un guadagno ai limiti della sopravvivenza, poche responsabilità, inesistenti prospettive per il futuro, ma la sensazione di non essere un ingranaggio decisivo della macchina del denaro e soprattutto la possibilità di dedicarsi, a tempo perso, alla sua reale aspirazione, cioè la scrittura.

Orwell è magistrale nel descriverci, con un’amara ironia che attraversa l’intero romanzo, l’impossibilità, per Gordon, di conciliare la visione anacoretica di sé stesso, che egli cerca di portare avanti, con la necessità, per il non più tanto giovane protagonista, d’interagire con il mondo circostante. L’aspidistra, la pianta che ritroviamo in tutte le case descritte, è, in questo senso, un simbolo di ciò che Gordon rifugge, cioè di un’esistenza perfettamente integrata nei meccanismi dettati dal dio denaro, dalle convenzioni sociali e dalle pubblicità che sui cartelloni della Londra anni ’30 gli appaiono come il male assoluto, con i loro slogan altisonanti e ridicoli. Eppure proprio presso la New Albion, agenzia pubblicitaria, Gordon, nel poco tempo passato lì prima di licenziarsi, aveva acquisito molto credito, tanto che non gli sarebbe difficile riottenere quel posto, anzi quel Buon Posto, come lo definirebbero coloro che lo vogliono inquadrato nel sistema. Gordon, però, non vuole, perché significherebbe arrendersi, perdere la propria guerra al denaro. A nulla valgono le raccomandazioni di Ravelston, l’amico benestante e socialista, con il quale Gordon ingaggia lunghe discussioni circa ideali politici, convinzioni etiche, teorie e pratiche spesso discordanti tra loro. Nemmeno Rosemary, la sua ragazza, può molto, anzi, il suo ritrarsi dal rapporto sessuale, non ancora consumato tra i due, è visto, da Gordon, come un ulteriore conferma di come il denaro corrompa tutto e s’insinui anche nell’amore, rendendo impossibile a chi non si pieghi alla sua legge una qualsiasi forma di prospettiva amorosa duratura, convinto com’è, nel suo quasi delirante monologo interiore, che solo un Buon Posto potrebbe convincere la donna della sua serietà di uomo. Le assicurazioni di Rosemary, volte a convincerlo che non è proprio così, che non sempre il denaro ha questo potere, non almeno su di lei, non lo convincono più di tanto, e così Gordon, per orgoglio personale, continua la sua sfida, rifiutando persino l’aiuto economico per non sentirsi debitore morale di chi voleva solo aiutarlo.

Un’inaspettata risposta da parte di un editore sembrerà risollevare le sue sorti, ma questo non sarà che un altro passo verso la perdizione, da lui voluta, bramata, ma mai, in fondo, fino alle estreme conseguenze. L’aspidistra, ai suoi occhi destinata a seccarsi, non muore mai, così come il denaro, e alla lunga Gordon dovrà rivedere le sue drastiche posizioni.

Pubblicato nel 1936, il romanzo, certo diverso e meno noto rispetto ai capolavori “1984” e da “La fattoria degli animali”, contiene forti elementi autobiografici al suo interno, ma è anche uno specchio della Londra degli anni ’30, almeno la Londra vista dagli occhi di un’idealista con ambizioni artistiche e poco propenso a cedere alla realtà dominante. Nonostante quanto scritto finora possa far pensare a un libro drammatico, debbo specificare che non è così. Si sorride molto, spesso si ride, perché Orwell, sublimando le sue esperienze, ci racconta il tutto con impagabile ironia e non lesina descrizioni esilaranti, per esempio della clientela surreale che frequenta la libreria dove lavora Gordon.

Consigliato senza alcun dubbio.

“Si chiese chi fosse la gente che abitava dietro quelle case. Dovevano essere, per esempio, piccoli impiegati, commessi di negozio, viaggiatori di commercio, galoppini di assicuratori, tranvieri. Sapevano di essere soltanto marionette che ballavano soltanto quando il denaro tirava i fili? C’era da scommettere la testa che non lo sapevano. E quand’anche lo avessero saputo, non gliene sarebbe importato nulla. Erano troppo occupati a nascere, a sposarsi, far figli, lavorare, morire. Poteva non essere poi una cosa malvagia, riuscendovi, sentirsi uno di loro, uno della folla di falliti. La nostra civiltà è fondata sull’avidità e la paura, ma nelle vite della genterella comune avidità e paura sono misteriosamente tramutate in qualcosa di più nobile. Quei piccoli borghesi là, dietro le loro tendine ricamate, coi loro figli, i loro mobili dozzinali e le loro aspidistre, essi vivevano secondo il codice del denaro, senza dubbio, e riuscivano ciò nonostante a conservare la loro dignità. Avevano le loro norme, i loro inviolabili punti d’onore. Si “mantenevano rispettabili”: facevano garrire le loro aspidistre, come bandiere. E poi, erano vivi. Erano avvolti nell’involto della vita. Generavano figli, cosa che i santi e i salvatori di anime non hanno mai avuto il modo di fare.

L’aspidistra è l’albero della vita, Gordon si disse a un tratto”.

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