Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

I demoni

“Nei periodi torbidi d’oscillazione o di transizione, sempre e dovunque compare molta gentaglia. Io non parlo dei così detti ‘antesignani’, i quali hanno sempre hanno sempre fretta di passare avanti a tutti (è la loro preoccupazione principale) con uno scopo, sebbene assai spesso stupidissimo, tuttavia più o meno definito. No, io parlo solo della canaglia. In ogni periodo di transizione si solleva la canaglia che c’è in ogni società e si solleva non solo senza nessuno scopo, ma senza nemmeno avere l’ombra di un’idea, esprimendo soltanto, con tutte le forze, la propria inquietudine e la propria impazienza. Intanto questa canaglia, senza nemmeno saperlo, quasi sempre vien a trovarsi sotto comando di quel piccolo crocchio di ‘antesignani’ che agiscono con uno scopo definito e quello indirizza tutta questa immondizia dove più gli piace, a meno che lo stesso crocchio non sia composti di perfetti idioti, cosa che, del resto, talvolta succede”.

(Fëdor Dostoevskij, “I demoni”)

Nell’enciclopedia Treccani, alla parola “nichilismo” si legge, tra le altre, la seguente definizione: “Ideologia e insieme di comportamenti tipici dei giovani intellettuali piccolo-borghesi nella Russia della seconda metà dell’Ottocento (diffusi soprattutto attraverso i romanzi di I. S. Turgenev e di F. M. Dostoevskij), improntati a un’entusiastica fiducia nella scienza, a un’accettazione del materialismo e del positivismo come strumenti polemici contro ogni forma di cultura tradizionale, spec. morale e religiosa, con esiti, spesso, d’individualismo esasperato, di anarchismo, di immoralismo (più dichiarato che vissuto), ma con sbocchi anche politici, di tendenza all’emancipazione sociale collettiva”.

In “Delitto e castigo” Dostoevskij aveva sviscerato il tema della ‘libertà individuale’ e le nefaste conseguenze che certi pensieri estremizzati avevano avuto sul protagonista, Raskòl’nikov. Con “I demoni” (o “I demòni”, “Gli indemoniati”, “Gli ossessi”) l’autore allarga il suo orizzonte, aggiungendo, alle ‘solite’ mirabili analisi delle emozioni dei singoli, una visione d’insieme della società russa del suo tempo. Il problema della ‘libertà’ e dell’arbitrio diventa metastasi collettiva, e non si tratta più di capire perché ‘un’ individuo come Raskòl’nikov è un assassino, bensì perché interi gruppi di persone, la ‘canaglia’ del passo riportato, possano giungere a soluzioni violente, in maniera più o meno consapevole, e soprattutto non sempre per ‘ragioni’ di disperazione e necessità. La citazione dalla Treccani può essere fuorviante, allorché sembra accomunare Turgenev e Dostoevskij in una sorta di apologia del nichilismo. In realtà, “I demoni” è anche una grandiosa e polemica risposta del secondo al primo, autore, nel 1862, del romanzo “Padri e figli”. Una delle figure più ridicolizzate del romanzo è per l’appunto lo scrittore Karmasinov, nient’altro che l’alter ego letterario di Turgenev.

“I demoni” è innanzitutto un romanzo strepitoso, con intrighi, colpi di scena, passioni viscerali, tradimenti, liti furibonde, battute salaci e quant’altro. Potrebbe essere letto anche ‘solo’ in quest’ottica, intendo come un poliziesco – thriller psicologico, e risulterebbe avvincente e gradevole. Tuttavia, lo si sminuirebbe e si perderebbe il fulcro. Nel momento in cui si capisce di ‘cosa’ sta parlando Dostoevskij, di quali avvenimenti ci fornisce la versione romanzesca, allora tutto assume un valore diverso. Enorme. Dostoevskij aveva ‘visto’, con qualche decennio di anticipo, quello che sarebbe accaduto in Russia dopo la sua morte, e non lo aveva fatto perché era un mago o un dio, ma semplicemente perché aveva vissuto parte di ciò che poi trascrisse e aveva presagito, in avvenimenti all’apparenza soltanto ‘disordinati’, i germi del futuro orrore.

Dostoevskij, come noto ai suoi lettori, passò vari anni in Siberia come deportato, dopo essere stato sottoposto a una finta esecuzione che lo avrebbe segnato per il resto dei suoi giorni. Chi ha avuto modo di leggere i suoi romanzi si sarà accorto della differenza enorme che c’è, per esempio, tra “Le notti bianche” (pure strepitoso sotto altri profili), scritto prima della Siberia, e “L’Idiota”, “Delitto e castigo”, “I demoni” o “I fratelli Karamazov”, per l’appunto i capolavori del post – Siberia. Perché Dostoevskij era finito là, in mezzo a derelitti, disperati, assassini? La risposta ci fornisce anche una chiave di lettura per comprendere “I demoni”. La causa fu la sua partecipazione (e sul ruolo più o meno attivo ci sono diverse ipotesi) a un circolo di ‘progressisti’ che si ispiravano ai principi del socialismo europeo (Fourier, ad esempio). Il punto è che Dostoevskij rinnegò, in seguito, tali suoi ideali giovanili, non solo perché sentiva forte la sua vocazione a parlare del ‘popolo russo’ (e le pagine del diario e delle sue lettere illuminano al riguardo, con qualche passaggio ‘antipatico’, ma non è questa la sede per approfondire tale questione), quanto piuttosto perché si rese conto che gli ideali di uguaglianza, libertà e fraternità, che i circoli stessi avevano mutuato dalle esperienza europee dei primi decenni dell’Ottocento, s’incarnavano in personaggi che ai suoi occhi tutto avrebbero potuto rappresentare, fuorché gli stessi utopici ideali umanitari. Dostoevskij, in sostanza, presagì lo sviluppo del terrorismo russo, e ciò accadde soprattutto in seguito a un caso di cronaca, l’assassinio di uno studente, che lo colpì molto.

Per tornare ai “Demoni”, bisogna ribadire che la portate enorme e drammatica del tema trattato non inficia la piacevolezza del romanzo, perché è proprio l’intenzione polemica dell’autore a donargli una mordacità che negli altri suoi romanzi è più diluita. Vi sono passaggi finanche esilaranti, se non sapessimo a ‘cosa’ si riferisce. Il libro si legge, insomma, a patto di prepararsi (ma questo è un consiglio che vale per molti dei romanzi di Dostoevskij) una tavola con i nomi dei protagonisti, che aiuti nel corso della lettura a non confondere taluni personaggi. Nel caso specifico lo consiglio ancora di più, perché gli intrecci e le relazioni tra i protagonisti sono costruiti con tale sapienza che sarebbe un ‘peccato’ perdersi talune finezze.

Considerato quanto detto sopra circa la biografia dell’autore, non stupisce che il narratore, qui, non sia esterno al romanzo, bensì li viva in prima persona, anche se talvolta è eccessiva la sensazione che egli si limiti a partecipare agli incontri dei vari protagonisti senza spiccicare parola.

Ma i “demoni” chi sono? Qui debbo fermarmi per non togliere al lettore il gusto di scoprire chi è semplicemente un borghese liberale che si ritrova in qualcosa più grande di lui, magari per semplice desiderio di fuggire la noia, chi è uno studente preda di facili entusiasmi ma non violento, chi è una donna che per vanità ed egocentrismo s’immola a ideali ai quali non crede, e chi invece è davvero un ‘demone’ disposto a travalicare tutto e tutti in nome di una futura e improbabile realizzazione d’ideali utopici, e coinvolge nella sua impresa tutti gli altri.

Mi limito a dire che in questo romanzo Dostoevskij ha creato almeno due dei suoi personaggi più terribili e significativi, per motivi diversi. Parlo di Stavrogin (o Stavroghin) e di Kirillov.

Stavrogin è un uomo orrendo, immorale, enigmatico, affascinante, vizioso, indifferente a tutto, uno dei centri nevralgici del romanzo, attorno al quale ruotano, come satelliti, tante vittime del suo oscuro fascino, che ne fa davvero uno dei personaggi più ‘riusciti’ di Dostoevskij, nonché, è bene dirlo, uno di quelli che Dostoevskij vuole ‘combattere’. Non aggiungo altro, ma davvero la sua figura è una delle vette più alte (sia pure per la sua abiezione) che la letteratura abbia mai raggiunto.

Kirillov fa paura per altri motivi. E’ il fautore del suicidio logico, dell’uomo che ama talmente tanto gli altri uomini che vorrebbe insegnare loro ad avere il coraggio di vivere senza il ricorso a un Dio.

Ma la galleria dei personaggi de “I demoni” è grandiosa: Stefan Trofimovic Verchovenski, suo figlio Piotr (altro protagonista primario), Varvara Petrovna, Maria Timofejevna, Lisaveta Nikolaevna, Sciatov, e tanti altri, ciascuno analizzato nelle sue sfaccettature, mai cristallizzato in una sola immagine, bensì cangianti, a seconda delle reciproche interazioni, delle gelosie, delle vendette.

Un romanzo immenso, non ho paura a dirlo.

La letteratura passa da Dostoevskij, e nel rileggere i suoi romanzi a distanza di un decennio capisco ancora di più perché all’epoca sentii d’aver scoperto un ‘mondo’ che non avrei abbandonato mai più.

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6 pensieri su “I demoni

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