Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Bartleby e compagnia

“Mi sono svegliato molto presto e, mentre preparavo la colazione, mi sono messo a pensare a tutta la gente che non scrive e all’improvviso mi sono reso conto che in realtà oltre il 99% dell’umanità preferisce, nel più puro stile Bartleby, non farlo, non scrivere.

Deve essere stata quella cifra devastante a innervosirmi. Ho cominciato a fare gesti come quelli che a volte faceva Kafka: darsi delle pacche, fregarsi le mani, stringersi nelle spalle, sdraiarsi sul pavimento, saltare, prepararsi a lanciare o a ricevere qualcosa…

Pensando a Kafka, mi sono ricordato dell’Artista della Fame che compare in un suo racconto, un artista che si rifiuta di ingerire alimenti perché per lui digiunare era imprescindibile, non poteva evitarlo. Ho pensato al momento in cui il custode gli chiede perché non possa evitarlo, e l’Artista della Fame, sollevando la testa e parlando dritto nell’orecchio del custode affinché le sue parole non si perdano, dice che gli è sempre risultato inevitabile digiunare, perché non è mai riuscito a trovare un cibo che gli piacesse.

E mi è tornato alla memoria un altro artista del No, uscito anche lui da un racconto di Kafka. Ho pensato all’Artista del Trapezio, che si rifiutava di toccare il suolo e passava giorno e notte sul trapezio senza scendere, viveva lassù in alto ventiquattr’ore su ventiquattro, proprio come Bartleby non se ne andava mai dall’ufficio, neppure la domenica.

Quando ho smesso di pensare a questi chiari esempi di artisti del No, ho constatato che ero ancora alquanto nervoso e agitato. Mi sono detto che forse mi conveniva prendere un po’ d’aria fresca, non accontentarmi di salutare la portinaia, parlare del tempo con il giornalaio o rispondere con un laconico “no” al supermercato quando la cassiera mi chiede se ho la tessera fedeltà.”

(Enrique Vila-Matas, “Bartleby e compagnia”, ed. Feltrinelli)  

I più assidui e soprattutto masochisti frequentatori di questo blog avranno magari notato, chissà come, quando e perché, che su questo blog è presente un incipit di uno pseudo-romanzo in costruzione, e mai costruito, che inizia con un “No!” secco e deciso; gli stessi masochisti avranno altresì osservato che vi sono due sezioni dedicate l’una a frammenti di romanzi mai giunti a organica conclusione e l’altra a racconti ingabbiati, che non si sono sviluppati o che forse erano destinati ad essere così. Infine, e questo è più probabile, qualcuno avrà letto la mia ammirazione per il romanzo di Melville, “Bartleby lo scrivano”, che con l’occasione consiglio nuovamente a chi non l’avesse letto.

Tutta questa odiosa e prolissa introduzione mi serve per spiegare perché ho molto apprezzato il mio primo incontro con lo scrittore spagnolo Enrique Vila-Matas, nonostante egli appartenga a una “macrocategoria” di scrittori che non fanno molta breccia nel mio cuore: i viventi. Ho conosciuto Vila-Matas grazie a questo blog, o meglio, è stato lui che si è presentato a me, ovviamente non in prima persona, ma utilizzando un terzo mediatore, il quale, giunto qui cercando Roberto Bolaño (superconsigliato), ha ritenuto opportuno, una sera dell’estate scorsa, consigliarmi Vila-Matas; al momento, se sta leggendo, vada a lui il mio caloroso ringraziamento, in attesa di altre letture che confermino l’ottima impressione avuta leggendo “Bartleby e compagnia”, un libro di difficile definizione (e infatti non lo definisco, che bisogno c’è di definire tutto?) che è un viaggio attorno alla “letteratura del No”.

Il narratore/protagonista del romanzo è un impiegato che non ha particolare fortuna con le donne, gobbo, povero e solitario, che si mette in malattia per dedicarsi a un proposito, ovvero quello di scrivere un diario composto da note a piè di pagina, che fungano da commento a un testo fantasma. In realtà, il testo c’è, ma non è altro che una lunga ricognizione attorno a una serie di autori che, a suo avviso, sono esponenti fondamentali della “letteratura del No”, il cui significato andrebbe spiegato con più precisione, cosa che mi guardo bene dal fare non essere un critico o un esegeta di professione. In sintesi, posso dire che Vila-Matas, con penna agile, rievoca scrittori che a un certo punto hanno avuto il coraggio di dire e dirsi “no”, rinunciando alla scrittura come mezzo espressivo, oppure che hanno scritto sull’impossibilità della scrittura nell’esprimere qualcosa, o ancora che hanno rinunciato, rimanendo incastrati dall’eterna insoddisfazione.

Ma chi sono gli scrittori di cui Vila-Matas ci parla? Qui sta il fascino che il libro ha esercitato su di me, perché molti di essi sono autori che ammiro, misti ad altri che non conoscevo e a diversi inventati di sana pianta (e qui bisogna che il lettore si doti d’arguzia o almeno di un motore di ricerca efficiente). Tra i nomi, comunque, oltre ovviamente a Melville e al suo scrivano, vi sono Kafka, Beckett, Salinger, Gadda, Hofmannsthal, Pessoa, Musil, Walser e altri, che, pur nelle enormi diversità reciproche, paiono a Vila-Matas riconducibili a una stella “malattia”, ossia la negazione interna del potere salvifico o catartico della letteratura. Il libro, comunque, non è un tedioso saggio letterario, bensì piuttosto un breviario colmo di aneddoti e citazioni, che personalmente mi ha riportato alla mente tante letture passate e me ne ha suggerite altre. Sulla “letteratura del No”, poi, ci sarebbe da discutere a lungo, ma, ripeto, non è compito mio e lo lascio volentieri ad altri, rimuginando malinconico sulla scarsa originalità di quel “No! nel mio tentativo d’incipit.

P.s.: tra l’altro, ricordo anche (a me stesso, nel caso manifestassi velleità contrarie) l’esistenza del “Corso di Scrittura Rinunciataria”, che appunto spiegava a noi tutti perché rinunciare a scrivere. Ovviamente, si arenò anch’esso, il Corso, oltre che l’ideatore dello stesso.

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