Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Lo scialle andaluso

“Per qualche giorno ella non vide i suoi vicini. Udiva spesso la voce della vecchia parlare forte, o chiamare il figlio con tono di sorda cantilena; ma, come per un’intesa segreta, sia lei che gli altri due evitavano d’incontrarsi. Ella aveva la sensazione che madre e figlio si fossero tracciato intorno un cerchio magico che a lei non era permesso oltrepassare. E rimaneva fuori dalla linea, affascinata e spaurita. Ma, invece di godere della pace che aveva sperato dalla campagna, come una sonnambula si aggirava per le stanze, turbata da incerte passioni. Talvolta la coglievano leggeri assopimenti, da cui si riscuoteva con un balzo, indolenzita e stupefatta, come chi sia gettato violentemente in un luogo estraneo.

In uno di tali risvegli, sul tardo pomeriggio, si stupì di trovarsi dentro la luce riflessa dal fiume, che batteva sulle pareti con larghe ondate scintillanti. Le parve di approdare, sorda e ubriaca, ad una riva remota, e soltanto dopo qualche secondo si accorse che Giuseppe le era accosto; era in ginocchio davanti a lei, con occhi sorridenti e perduti in una adorazione fanciullesca.

Impaurita balzò in piedi.

– Sono io, – egli balbettò. Il viso di lei impallidiva, una fiamma le guizzò sulla pelle, e un flutto bruciante di sangue le si rovesciò sul petto. Con mani malsicure ed avide gli toccò i capelli, e così per un attimo oscillarono travolti dalla luce. Allora il giovane le cinse i fianchi con le braccia, e silenzioso appoggiò la bocca sul ventre sterile.”

(Elsa Morante, dal racconto “La nonna”, in “Lo scialle andaluso”, ed. Einaudi)

Non avevo mai letto nulla di Elsa Morante, anche se più volte mi ero avvicinato ai suoi testi in passato, specie quando avevo avuto a che fare con un suo celebre compagno, cioè Alberto Moravia. Ieri in biblioteca, essendo in cerca di racconti, mi sono imbattuto in “Lo scialle andaluso”, una raccolta pubblicata per la prima volta nel 1963 e nella quale sono inseriti diversi racconti della scrittrice, il primo dei quali scritto nel 1935. Il più lungo è quello che dà il titolo al libro, gli altri sono molto più brevi, alcuni addirittura di due pagine. Senza stare qui a dilungarmi troppo, devo dire che le storie raccontate mi hanno preso. Scritti bene (ma non avevo grandi dubbi al riguardo), i racconti si muovono spesso in una dimensione che, senza scadere nel fantastico, evoca visioni di sogno, pur restando ancorata alla quotidianità, che si tratti di una ragazzina spaurita o di una vedova quarantenne che ritrova la passione, o ancora di un vecchio ateo alle prese con la paura della morte o un soldato che ricorda il periodo pre-bellico. Com’è scritto nel retro-copertina dell’edizione Einaudi, nei racconti della Morante c’è un “nesso tra vita, sogno e scrittura, in cui la realtà diventa mistero e menzogna in una continua oscillazione tra bisogno del meraviglioso e chiaroveggenza adulta”. Insomma, pur non entusiasmandomi, i racconti mi sono piaciuti e mi hanno incuriosito, tanto da indurmi a considerare l’ipotesi di leggermi, a breve, anche uno dei romanzi dell’autrice (a tal proposito, sono graditi eventuali suggerimenti su quale scegliere).

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