Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Conversazione in Sicilia

“Ma guarda, – pensai – sono da mia madre!”, quando dalla corriera scesi appié dalla lunga scalinata che portava ai quartieri alti del paese di mia madre.

Il nome del paese era scritto su un muro come sulle cartoline che io mandavo ogni anno a mia madre, e il resto, quella scalinata tra vecchie case, le montagne attorno, le macchie di neve sui tetti, era dinanzi ai miei occhi come d’un tratto ricordavo ch’era stato una volta o due nella mia infanzia. E mi parve ch’essere là non mi fosse indifferente, e fui contento d’esserci venuto, non esser rimasto a Siracusa, non aver ripreso il treno per l’Alta Italia, non aver ancora finito il mio viaggio. Questo era il più importante nell’esser là; non aver finito il mio viaggio; anzi, forse, averlo appena cominciato; perché così, almeno, io sentivo, guardando la lunga scalinata e in alto le case e le cupole, e i pendii di case e roccia, e i tetti nel vallone in fondo, e il fumo di qualche comignolo, le macchie di neve, la paglia, e la piccola folla di scalzi bambini siciliani sulla crosta di ghiaccio ch’era in terra, nel sole, intorno alla fontana di ghisa.

“Ma guarda, sono da mia madre”, pensai di nuovo, e lo trovavo improvviso, esserci, come improvviso ci si ritrova in un punto della memoria…

(Elio Vittorini, “Conversazione in Sicilia”, edizione Bur)

Nell’edizione Bur che ho appena finito di leggere, “Conversazione in Sicilia” è preceduto da un’ampia schiera di opinioni illustri che analizzano, spiegano, dimostrano i significati più o meno nascosti del romanzo di Vittorini. Tali giudizi critici, in alcuni casi francamente disorientanti, poiché eccessivamente specifici, dimostrano la stima di cui il romanzo godette presso altri grandi scrittori o critici, quali, ad esempio, Moravia, Asor Rosa o Fortini. Nel mio piccolo, mi aggiungo alla schiera degli estimatori, anche se non ho né i mezzi né la volontà di tentare un’analisi approfondita del testo, volta, ad esempio, a stabilire i confini tra realismo e simbolismo all’interno dell’opera. Scritto nel periodo in cui Vittorini si stava interessando sempre più alla questione del proletariato e alla guerra civile spagnola allora in corso, il romanzo narra il ritorno in terra natia di Silvestro, siciliano trentenne emigrato al nord e di ritorno per la prima volta al paese dopo quindici anni. L’incipit meraviglioso del romanzo ci descrive il protagonista come avvolta nella quiete della non speranza, dalla quale è solo parzialmente distolto da una lettera del padre, che gli annuncia di aver abbandonato la propria moglie (dunque madre di Silvestro), pregandolo di andarla a trovare al più presto.

Silvestro, neanche troppo convinto, decide, quasi d’impeto o come fosse preda del caso, di salire sul treno che lo riporterà in Sicilia. Da qui inizia, nella più classica delle metafore romanzesche, il suo viaggio alla riscoperta di un mondo lasciato tanti anni prima e che gli si preannuncia già attraverso i primi incontri sul treno, con suoi corregionali, anch’essi di ritorno nell’isola. La prima parte del libro si svolge proprio sul treno, dove Silvestro incontra due gendarmi, Senza Baffi e Coi Baffi, esponenti di una mentalità retriva, e Gran Lombardo, personaggio che invece assurgerà a simbolo, per l’intero corso della vicenda, dell’uomo che anela qualcosa di ulteriore rispetto ai miseri doveri della quotidianità.

Sceso a terra, Silvestro incontra la madre, scoprendo che il tutto non gli è così indifferente come pensava e che i ricordi del passato sono sempre lì, latenti, pronti a riemergere, al primo odore, alla prima parola che evoca esperienze da bambino. In certi passaggi sono evidenti, a mio modesto parere, influenze di letture “proustiane” che Vittorini deve aver fatto, la qual cosa non costituisce, per me, un difetto. Posso dire che la seconda parte del libro ha un po’ allentato l’entusiasmo che mi stava suscitando l’inizio dello stesso, ma ciò non mina il mio complessivo gradimento del romanzo, che prosegue, senza qui entrare nei dettagli, con altri incontri, che assumono sempre più carattere simbolico. Ecco, l’impressione che ho avuto è che Vittorini abbia riservato gli elementi più realistici agli argomenti meno scomodi, mentre si sia servito del potere evocativo delle parole, dei silenzi, dei soprannomi, degli oggetti all’apparenza più innocui ma potenti come simbolo, per esprimere, nella terza e quarta parte del libro, il proprio dolore per “le offese al mondo”, che possono essere la miseria dei proletari, la retorica militare del fascismo, lo stato di abbandono di chi, obnubilato dal vino del regime, non è più in grado di reagire. Qui, però, debbo fermarmi, per non caricare di significati miei, personali, ciò che magari ha per altri lettori tutt’altro valore, e soprattutto per non svelare oltre la trama.

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