Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

La lingua salvata

“In realtà la cosa incomparabilmente più importante, più eccitante e più caratteristica di questo periodo erano le serate che io e la mamma dedicavamo alla lettura e i discorsi che facevamo intorno a ciascuno di quei testi. Non mi è possibile riportare quei discorsi nei particolari, perché in buona parte io stesso sono fatto di quei discorsi. Se esiste una sostanza intellettuale che si riceve nei primi anni e dalla quale non ci si libera mai più, per me quella sostanza è lì. Io ero permeato di una fiducia cieca nella mamma, i personaggi di cui lei mi parlava e su cui mi interrogava sono a tal segno diventati parte integrante del mio mondo che non riesco più a scinderli gli uni dagli altri. Tutti gli influssi che ho subìto successivamente sono in grado di rintracciarli uno per uno. Questi, invece, formano un’entità unica che ha una sua densità e un suo spessore indivisibili. Da allora, da quando avevo dieci anni, è per me una sorta di articolo di fede credere che sono fatto di molte persone, delle cui presenza in me non mi rendo assolutamente conto. Credo che siano loro a decidere ciò che mi attira o mi respinge negli uomini e nelle donne che mi capita di incontrare. Sono stati il pane e il sale della mia prima età. Sono la vera vita segreta del mio spirito.”

(Elias Canetti, “La lingua salvata”)

Non amo molto le biografie né le autobiografie e questo è il motivo per cui sono giunto solo adesso a leggere “La lingua salvata” di Elias Canetti, nonostante lo avessi segnato sulla “Lista dei libri da leggere” da diversi anni. Me ne aveva parlato bene anche un mio amico appassionato di letture affini alle mie, e l’occasione mi è stata fornita da un altro lettore del libro di Canetti. Non solo “La lingua salvata” ha superato le mie remore sulle autobiografie, ma addirittura mi ha convinto a ordinare sul web gli altri due volumi nei quali Canetti rievocò la sua esistenza, cioè “Il frutto del fuoco” e “Il gioco degli occhi”, rispettivamente pubblicati nel 1980 e nel 1985.

“La lingua salvata” fu pubblicato, invece, nel 1977, quando Canetti era già abbastanza maturo, essendo nato nel 1905. Tra l’altro, a quanto leggo, fu proprio con quest’opera che raggiunse una certa fama a livello internazionale, sebbene avesse già scritto, in precedenza, romanzi come “Auto da fé”, che ho letto due volte, e un monumentale saggio quale è “Massa e potere” (1960), che però devo, colpevolmente, ancora leggere. “La lingua salvata” riguarda gli anni che vanno dalla nascita al 1921 ed è diviso in cinque parti, che l’autore ha ricalcato seguendo gli spostamenti che caratterizzarono già quella prima fase della sua esistenza. Prima di aggiungere qualche particolare, devo subito scrivere che l’opera mi è piaciuta perché non è solo una banale rievocazione di una vita, ma è una fonte di curiosità indotte dai numerosi riferimenti ad altri autori, un inno alla letteratura come passione totalizzante, una ricerca costante della propria identità, tra dubbi, divertimenti, angosce, perdite e scoperte.

Il libro si apre con il primo ricordo che l’autore ha riguardo la sua permanenza a Rustschuk, paese della Bulgaria dove era nato da genitori ebrei, e dove viveva in un casolare assieme anche a nonno Canetti, origini turche. Il crogiuolo di lingue appare subito evidente, perché il piccolo Canetti, nella sua infanzia e poi anche in seguito, si accorge che con lui i genitori parlano in spagnolo, mentre tra di loro in tedesco. Quest’ultima lingua assurge, quindi, a una dimensione fascinosa, tanto che, una volta conquistata come propria tanti anni dopo, egli la eleggerà come lingua per la sua scrittura. Canetti descrive sé stesso bambino alle prese con un miscuglio di parole che provengono dallo spagnolo, dal bulgaro, dal rumeno, e per l’appunto dal tedesco. Nella primissima infanzia, i ricordi come ovvio sono più labili, sfuocati, e l’autore dovette ricostruire determinate vicende familiari in seguito. Ciò che però non ebbe bisogno di rievocazioni altrui, è il profondo rapporto che lo legava al padre, che per primo gli trasmise l’amore per le lettere, da intendersi proprio come le lettere dell’alfabeto, prima scoperta che poi lo porterà, diversi anni dopo, a diventare uno che utilizza quelle lettere per comporre delle proprie opere.

Il legame con la madre diventa forte solo dopo la prematura morte del padre, avvenuta poco tempo dopo il trasferimento a Manchester, in Inghilterra, dove tra l’altro il piccolo Canetti deve sopportare la presenza dell’antipatico zio dedito al commercio. Sulla morte del padre, le versioni che gli furono date erano diverse e solo anni dopo la madre troverà la forza per spiegargli che forse, alla base del malessere dell’uomo, poteva esserci anche la gelosia che lo stesso covava nei confronti della donna. La gelosia è un altro tema che appare spesso in quest’opera, perché Canetti sente di esserne stato vittima e cerca le ragioni che possono averlo portato a tali sentimenti. I diversi personaggi della famiglia, a cominciare da nonno Canetti che ha maledetto il figlio per la decisione di spostarsi in Inghilterra, sono rievocati con lo sguardo di chi, passati tanti anni, comprende tante cose che all’epoca, da ragazzino, non poteva neanche immaginare. Il tutto, però, non è noioso, perché Canetti, pur parlando di sé e della sua famiglia, tocca argomenti di carattere universale che il lettore potrà sentire anche suoi.

Un’altra tappa fondamentale per la formazione del futuro scrittore è Vienna, dove resta tra il 1913 e il 1916, e dove tornerà più tardi, nel 1924, per andarsene poi nel 1938 a causa del regime nazista. In questo volume il periodo preso in considerazione è, come detto, il primo. Il rapporto con la madre diventa sempre più intenso, poi ci sono anche i fratelli minori, e i primi professori, che Canetti dipinge con maestria, sia quando tesse gli elogi di alcuni che ricorda con affetto e ammirazione, sia quando è più impietoso. La madre diventa per lui una fucina di spunti letterari, col suo amore per Shakespeare e per altri nomi che, all’inizio, al giovane sono tenuti lontani, ma che egli, poi, riuscirà a leggere in età abbastanza precoce. Un grande autore come Arthur Schnitzler, tra l’altro, diventa involontaria fonte di gelosia quando il giovane scopre che la madre e un professore discutono dei suoi romanzi. Su tutto, però, incombe la minaccia della guerra, che poi, nel 1915, diventa cruda realtà. Gli slogan militaristi e il fanatismo cominciano a insegnare tante cose, e l’odio che la madre nutre per tutte le guerre sarà una lezione di fondamentale importanza.

Gli spostamenti non sono finiti e l’ormai undicenne Elias si trova a Zurigo, dove ha modo di conoscere anche il dialetto locale, che si va ad aggiungere alla mescolanza di lingue che vivono nella sua testa. A Zurigo, lontano dagli eventi bellici, vive cinque anni in una sorta d’idillio, questo nonostante vada a vivere in una pensione, lontano dai suoi familiari e soprattutto dall’amata madre, che è rimasta a Losanna. La sua formazione culturale, intanto, prosegue, così come le scoperte letterarie. Dickens lo incanta, tanto da rileggerlo più volte, e poi c’è Strindberg, il proibito. Compra, quando può, libri che regala a sua madre e azzarda i primi giovanilistici tentativi di scrittura. L’idillio, però, termina proprio con l’arrivo della madre, di colei che, pur avendogli instillato quell’amore viscerale per i libri, giunge a destarlo dal torpore zurighese nel quale, secondo lei, il figlio si stava cullando, dimenticando che l’esistenza non è fatta solo di libri e che gli autori che avevano scritto i capolavori che lui ammirava non avevano passato la vita come lui, in quella sorta di paradiso terrestre. La chiusura, quindi, lascia presagire eventi meno lieti che accadranno in seguito, primo tra tutti l’esilio del 1938.

“Ho scoperto che le persone peggiori sono quelle dominate dalla passione del denaro. Ho imparato a conoscere tutti i passaggi che dalla rapacità portano alla mania di persecuzione. Ho visto fratelli che per avidità si sono rovinati a vicenda con processi di anni e anni, e che sono andati avanti a processarsi fino a quando il denaro svanì completamente. Eppure appartenevano a quella stessa “buona” famiglia di cui mia madre andava tanto fiera. Lo vedeva anche lei, ne parlavamo spesso. La sua intelligenza era penetrante, la sua conoscenza degli uomini si era formata nelle grandi opere della letteratura universale, ma anche attraverso le proprie personali esperienze. Conosceva benissimo i motivi insensati che avevano portato i membri della sua famiglia a dilaniarsi a vicenda: avrebbe potuto con facilità scriverci sopra un romanzo; ma la sua fierezza per quella stessa famiglia non ne veniva scossa. Se fosse stato amore, avrei potuto anche capirlo. Ma molti dei protagonisti di quella vicenda non li amava affatto, alcuni li considerava addirittura persone indegne, altri li disprezzava, ma per la famiglia in quanto tale provava solo orgoglio.

Una cosa ho capito tardi, ed è che io, se si proietta tutto ciò sul piano dei più vasti rapporti umani, sono fatto esattamente come lei. Ho passato la parte migliore della mia esistenza a mettere a nudo le debolezze dell’uomo, quale ci appare nelle civiltà storiche. Ho analizzato il potere e l’ho scomposto nei suoi elementi con la stessa spietata lucidità con cui mia madre analizzava i processi della sua famiglia. Ben poco del male che si può dire dell’uomo e dell’umanità io non l’ho detto. E tuttavia l’orgoglio che provo per essa è ancora così grande che solo una cosa io odio veramente: il suo nemico, la morte”.

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