Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

La lettera rubata

“- Se si tratta di un problema che ci richiede di riflettere, – osservò Dupin, astenendosi dall’accendere la lampada, – lo esamineremo meglio al buio.

– Ecco un’altra delle vostre strane idee, – disse il prefetto, che aveva l’abitudine di definire “strano” tutto ciò che non riusciva a comprendere, dovendo convivere pertanto con una miriade di “stranezze”.

– Giustissimo, – rispose Dupin mentre offriva all’ospite una pipa e gli avvicinava una comoda poltrona.

– E qual è il problema questa volta? – chiesi. – Niente che abbia a che fare con un delitto, spero?

– Oh, no, niente del genere. Il fatto è che la faccenda è davvero semplice e sono convinto che ce la caveremo benissimo da soli; senonché ho pensato che a Dupin avrebbe fatto piacere conoscere i particolari, dal momento che si tratta di un caso incredibilmente strano.

– Semplice e strano, – fece eco Dupin.

Be’, sì e no, non proprio insomma. La verità è che noi tutti siamo molto perplessi perché la faccenda è così semplice e, nonostante ciò, non riusciamo a venirne a capo.

– Forse è proprio la troppa semplicità che vi mette fuori strada, – disse il mio amico.

– Ma che sciocchezze dice! – rispose il prefetto, ridendo di cuore.

– Forse il mistero è un po’ troppo facile, – incalzò Dupin.

(Edgar Allan Poe, “La lettera rubata”)

Oggi pomeriggio, non sapendo a quale lettura dedicarmi, ho deciso di andare sul sicuro e rileggermi un paio di racconti di Edgar Allan Poe. Su “La lettera rubata” è inutile strare qui a scrivere troppe parole, la brevità del racconto è tale che lunghe considerazioni rovinerebbero la lettura più di quanto non facciano già i miei articoli riguardo a testi più lunghi. La vicenda è molto lineare: il prefetto di Parigi non riesce a trovare una lettera che è stata rubata, nonostante sia a conoscenza del ladro e della stanza nella quale lo stesso nasconde la refurtiva. Le ricerche, minuziose fino all’inverosimile, non danno risultati. Auguste Dupin, però, ha una sua teoria, cioè quella esposta nel breve frammento riportato: è proprio l’eccessiva semplicità del caso a non essere colta dagli investigatori, che non vedono proprio ciò che è davanti ai loro occhi.

La vicenda narrata da Poe mi ha fatto tornare alla mente, tra l’altro, anche un passaggio delle “Ricerche filosofiche” di Wittgenstein, con il quale vi lascio a meditare, come me, su possibili fatti/pensieri talmente evidenti nella vostra esistenza da essere diventati, per voi, invisibili:

“129. Gli aspetti per noi più importanti delle cose sono nascosti dalla loro semplicità e quotidianità. (Non ce ne possiamo accorgere – perché li abbiamo sempre sotto gli occhi). Gli autentici fondamenti di una ricerca non dànno affatto nell’occhio a chi vi è impegnato; a meno che non si sia stato colpito una volta da questo fatto. – E questo vuol dire: ciò che, una volta visto, è il più evidente, e il più forte, questo non ci colpisce”.

(Ludwig Wittgenstein, “Ricerche filosofiche”, Piccola Biblioteca Einaudi)

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